Friday, April 28, 2017

quasi una traduzione degli ultimi appunti di viaggio

Siamo stati al mare. "Perché il mare é buono e cura tutto. É amico." dice Serge.

Sono stata nel mare. Ho fatto il primo tuffo del 2017, forse l'ultimo, che quando il caldo strangola forte, non sopporto tanto freddo. L'Oceano non é gentile come il Mare Nostrum. Ma è generoso: poche conchiglie, molti sassolini.

Tuttavia, nelle alte maree di plenilunio o di tempesta, lo immagino vomitare la nostra merda.
Di anno in anno, con i miei piccini, porto a casa sempre meno pietruzze. Non mi sembra di avere più il tempo o, quando inizio a cercare, trovo altro.

Questa volta, in un'oretta credo, ho riempito un sacco di plastica rotta:
pezzi di polistirolo grandi e minuscoli, 
accendini, 
tappi, 
lattine di vernice spray, 
cadaveri di colla stick, 
mozziconi di sigaretta, 
cannucce, 
altri sacchetti,
bottigliette,
bastoncini di lecca lecca.
Frammenti sbiaditi, di tanti degenerati colori pastello, che sembrano aver viaggiato tanto e per tanto tempo, tra le onde di quello che è diventato un immenso the alla plastica.

Non ce l'ho fatta a lasciare là tutta quella roba. 

Immaginate che un'altra tempesta, per sbaglio, si rimangiasse di nuovo tutta quella merda e la portasse su altre spiagge, da altri bimbi, in altri nidi di tartaruga.
Qualche pesciolino o gabbiano distratto avrebbe potuto farci colazione; qualche sirena o bella balena si sarebbe potuta ferire.

Che tesori diversi trovavo sulla spiaggia con laDu piccolina e quelli che ora trovo (e finisco per voler cercare, quasi ossessivamente) con Iago! 
Hanno solo 8 anni di differenza. Un battito di ali, se pensiamo alla vita sulla terra, o solo a quanto tempo ci mette un pezzo della nostra robaccia a decomporsi del tutto. 
Sta succedendo ora, stiamo già vedendo il risultato delle nostre azioni e delle nostre non-azioni. L'eredità non rimarrà solo ai nostri nipoti e ai loro figli. Ce l'abbiamo già sotto i piedi, nelle nostre mani.
Per quanto ci impegniamo a disegnare stupidi confini, quello che seminiamo in terra, in acqua e in aria, prima o poi tornerà da noi: l'amore, l'esempio, la merda. Non abbiamo scampo.

Nella sabbia, c'erano anche due piccole conchigliette rosso corallo. A prima vista mi sono sembrate spazzatura, mi sono arrabbiata e invece erano una meraviglia, ma avevo lo sguardo ormai formattato.
In una delle spiagge più selvagge del Portogallo e, probabilmente, d'Europa, il tesoro deprimente é finito nel bidone del riciclaggio.

Il mare é buono.
Cura tutto.

Fino a quando, non so.
***

Fomos ao mar. Porque o mar é bom e cura tudo. É amigo.
Fui ao mar. Dei o primeiro mergulho de 2017, talvez o último, já que quando o calor aperta muito, não aguento tanto frio. Que o Oceano não é gentil como o Mare Nostrum. Mas é generoso: poucas conchinhas, muitas pedrinhas.
Porém, nas marés cheias de plenilunio ou de tempestade, o imagino vomitando a nossa merda.

De ano em ano, com os meus pequenos, levo para casa cada vez menos pedrinhas. Não tenho tempo.

Hoje enchi um saco de plásticos partidos, esferovites grandes e miniminorcas, isqueiros, tampinhas, latas de tinta, garrafinhas, tubos de cola da escola, beatas. Não consegui deixar isso tudo por lá. Não seja que outra tempestade coma essa nossa merda, por engano, outra vez e a leve a outras praias, a outros meninos, a outros ninhos de tartaruga.
Numa das praias mais selvagens de Portugal, o tesouro (deprimente) foi todo para o ecoponto.
O mar é bom. Cura tudo.
Até quando, não sei.
foto da Inhabitat

Thursday, April 6, 2017

Umanità.

Non ce la faccio a cliccare sui link per aprire quei video.
Mi é bastato leggere l'articolo succinto dell'Ansa, per piangere.
Mi viene il vomito a leggere solo quei titoli "watch syrian dad mourning his kids..." o cose del genere, ritagliati su misura per l'emozione facile della donna media.
Siamo oltre la spettacolarizzazione morbosa.

I portavoce dell'Unicef e di altre varie ONG ci dicono che l'umanità é morta a Idlib.
Ma Umanità é divenuto un concetto troppo vago e informe. L'uomo ne ha forse davvero trovato il significato e respirato l'essenza alcune volte nella sua storia, ma ci é tutto fuggito di mano di nuovo ormai da tempo.
Così, dentro, siamo un po' morti tutti quanti.

Non c'è bisogno di andare fino in Siria, né di fare scuba diving tra i relitti del Mediterraneo.
Non c'é bisogno di scomodarsi, aprire la porta ed uscire, per trovare il cadavere.
L'umanità ci muore dentro. Succede tutte le volte che accettiamo di continuare una conversazione pacifica con qualcuno che sostiene che non c'entriamo, che possono e devono restare a casa loro, che tanto quello é un covo di fondamentalisti.

Muore dietro schermi ultrapiccoli e ultrapiatti, su cui strisciamo i pollici come se, dal loro movimento, dipendesse effettivamente la vita di qualcuno, lontano o vicino che sia. Ci è piaciuto credere che la nostra socialità mediale potesse contare qualcosa, che il nostro sdegno espresso a forza di faccine incazzate e cancelletti potesse veramente dare una direzione al mondo.
Era comodo crederlo.

Il potere é ben diverso, il potere pigia sui bottoni rossi, mica clicca sui link per condividere video di bimbi che soffocano.

Non é mica colpa delle reti sociali in sé, altro non sono che un gran bel bar virtuale, dove andiamo a farci l'aperitivo, tutti belli, truccati, depilati e benpensanti (con il pensiero-bene orientato alla nostra audience di amiconi).
La colpa è nostra perché stiamo troppo comodi. Ci basta così.
Noi. Io. Che terminerò di buttar giù questo flusso di pensieri e poi non resisterò e cliccherò su share.

Se da un lato abbiamo il dovere di andare avanti con la nostra esistenza, accada quel che accada, non lasciarci abbattere, né fregare, soprattutto per il bene che vogliamo ai nostri cari, dall'altro, questa nostra morte "in vita" dovrebbe costringerci a diventare pietre.

Minuscole pietre con l'animo di burro.

Piccole, da infilarsi e far scricchiolare gli ingranaggi dell'oggi, tanto più stupidamente e spaventosamente grandi di noi.
Tanto oliati che nessuno ormai li sente più macinare.

Una silenzioso e spettrale giostrone che mangia le coscienze.

Mentre benedico la mia vita, il mio vivere qui ed ora, vorrei farmi pietra e anche senza sapere come rompere la macchina, almeno vorrei che la avvertissimo muoversi sotto e tra di noi.

Lo dobbiamo alle stesse persone a cui dobbiamo il nostro andare avanti con una certa salubrità mentale, specie se queste persone non sono adulte e cercano in noi un esempio; se vogliamo dare loro speranza in un mondo in cui l'Umanità non muore così come fa ultimamente.

Il mondo non lo facciamo girare in un verso o nell'altro con i nostri like a pagine della Nestlè (cribbio!) e share di video terribili, dove l'umanità ancora rimasta negli altri è messa a nudo e resa merce.
Gira a seconda della banca dove scegliamo di depositare il nostro sudato salario (...sarà mica una "banca armata"?)
Dipende da quali imprese e governi scegliamo di premiare attraverso il nostro lavoro e le nostre abitudini di consumo. Da chi queste comprano e da chi e cosa dipendono energeticamente.

Alcuni spunti per pensarci un po' su.

L'Espresso - Finchè c'é guerra, ci sono affari (...)
L'Espresso - Assad, repressione con hi-tech italiano
Internazionale - Le aziende italiane in Etiopia fanno affari dove la popolazione è repressa
Il Sole 24 Ore - Affari d'oro (nero) tra Siria e Isis 
Repubblica - Armi, lo shopping nel mercato italiano dei paesi in guerra

Tuesday, April 4, 2017

la via lattea

Com'eri convinto con la tua testina bionda e scomposta a fare di sì, quando dicevamo che a 3 anni avresti lasciato la kekké. No meu aniversário, avevi promesso.

E poi é successo che il sole é tramontato sul tuo terzo compleanno, sulla festicciola a scuola, il giorno dopo, su quella a casa, ieri.
E com'eri contento e felice, durante la settimana, quando mi chiedevi se potevi ancora fare tre anni.

Che, insieme, sono corsi via, come tre nanetti bizzarri e dolci.
Che il tuo alito gentile sa ancora di latte di mamma.
Che ormai è tardi, così dice il mondo, ma io credo che ascolterò i tuoi desideri e continuerò a fregarmene.
Che il vivere civile é abbastanza perverso.

---
Trascorse 2 settimane dal tuo compleanno, il panorama continua lo stesso.
Questo svezzamento dolce o allattamento "a termine" è irrispettoso, irriverente e socialmente irresponsabile.

In Portogallo, finché dura l'allattamento (e certificando che sta andando avanti), la legge prevede che la mamma possa fare 6 ore al lavoro.
Da oggi però comincerò a farne 8, che diventano 9, con l'ora di pranzo coatta, e poi almeno 10, con il tempo perso per arrivare a lavoro.

Ti chiedo scusa e chiedo scusa a tua sorella.
Per la mia assenza.
Per il casino in casa che sarà ancora di più, per le mutandine pulite che si continueranno a nascondere nei cesti della roba lavata e piegata che non trovo mai tempo di mettere nei cassetti.
Nemmeno lavorando 6 ore. Figurati da oggi.
Vi chiedo scusa per abdicare oggi dal mio diritto sancito per legge.
Ho scelto io.

Scusate bimbi miei, ma forse così, stando lontani, il piccolo si dimenticherà un po' di queste due cose soffici e piene di latte.
Al tempo stesso, avrò modo di ricrearmi una vita sociale a ora di pranzo, a cui avevo rinunciato, per il nostro bene.
Sicuramente smetterò di leggere l'invidia e lo sfottò negli occhi e nella voce di alcune colleghe. La pianteranno di chiedermi quell'"allatti ancora?" che va avanti da quando sono tornata al lavoro dopo la maternità. La finiranno con i sorrisi di circostanza.
Ormai poi, se il bimbo ha tre anni, non é più credibile.
E senti ogni frecciatina sparata in riunione, sulla mancanza di spirito di squadra, diretta a te...un misto di coda di paglia e conoscenza dei limiti di alcune donne.
Che poi quello spirito l'ho messo tutto negli straordinari fatti oltre le 6 ore. Il lavoro é un mostro che cresce, alimentato dalle ore fuori orario. Più ne fai, più ce ne sarebbero. E nessuno si accorge più di nulla.

Torno a tempo pieno per smettere in libertà con i fuori orario.

Torno alle 8 ore per poter, nel privato, continuare a fare come sentiamo.
Senza calendari che mi ricordino qual é il giorno del mese in cui devo andare al consultorio a prendere il certificato che attesti che sto ancora allattando, da portare regolarmente alle risorse umane, senza, regolarmente ed evidentemente, sapere cosa dire ogni volta.

Trascorsi tre anni, al secondo allattamento, il primo di successo, chiedo: per quale ragione dovrei vietare al mio bimbo il mio latte e dargli esclusivamente quello di mucca?
É più sano?

Beh dai, dagli il latte di soja.
É più sostenibile?

Ma non sei stanca?
Sì. E ho anche le tette brutte.

Credo che continueremo sulla nostra strada, senza dire più nulla. Decideremo insieme, noi due. Quando avverrà anche questo distacco, come sempre, mi farà un po' male e un po' bene. E ok così.

Andiamo a vestirci che oggi sarà una giornata particolarmente lunga.

Ringrazio i numi per queste due ore extra ogni giorno, durante due anni, di cui molte mie colleghe non erano neanche a conoscenza, a cui molte mie amiche purtroppo non hanno accesso perchè abitano nel paese sbagliato (ma anche questo non é un granché, dovremmo tutte guardare altrove).
Spero di non averle sprecate troppo queste ore, in puttanate come sistemare la cucina, fare lavatrici e stare su internet per cercare conferme al mio sentire in quanto mamma, forse diversa, forse no.


Tintoretto - L'origine della Via Lattea - 1575-1580 - olio su tela - National Gallery, London

Tuesday, October 18, 2016

il Gatto-cane volante

E così é successo che ieri sei volato via.
Me lo ha detto oggi la Katia.
Ci si stanca ad aspettare sempre, è vero.

Ti ho trovato quell'estate della maturità. Quando ancora c'erano dei compiti in giro per la mia stanza, su cui appollaiarsi in attesa di giocare.
Poi dopo un po' sono partita. Mi continuerai a mancare, come mi sei mancato da allora.
Tu, fedele come un cane, mi facevi compagnia tutte le volte che tornavo, senza risentimento.
Tutte le volte che sono stata incinta, annusavi e coccolavi la vita che nasceva prima degli altri, come fanno i gatti, senza gelosia. Con quel naso e quei cuscinetti rosa che ti trovavi.

Una grande anima vestita di pelo rosso e bianco e un po' di ciccia che il male che hai sofferto senza neanche lamentarti ti ha mangiato, bastardo.
Senza che ti potessi coccolare un po'.
Scusami.
Non avrei avuto il coraggio di chiederti di restare ancora.

Ti porterò sempre con me, sai che lo farò con amore. Spero che tu lo sappia davvero, anche se l'ultima volta che ci siamo visti é stato a Natale, con i bimbi che ti spupazzavano...che in fondo sapevo e di conseguenza ti salutavo più forte. É che non si può non amarti, gatto Giulio.

Continua a proteggerci con le tue antenne baffose e i tuoi occhi saggi.





Saturday, May 21, 2016

mamme all'estero

Vivere all'estero.
Non é proprio stra gran figata, specie se hai messo su famiglia.


Tutte le volte che hai le ferie, o almeno una volta l'anno, ti tocca di tornare a Casa, a rinfrancar le radici. Ti tocca perchè lo vuoi. Stai con i tuoi, anche se solo per una birretta il pomeriggio sul tardi.
Così ho detto un po' addio all'avventura.

A volte però accade qualcosa che ti prende alla terra ferma, rende l'aereo un po' pericoloso.
Mica Daesh, piloti pazzi, e comagnia bella, no. Basta che il piccolo dei piccini si becchi un'otite a lunga decorrenza e anche se l'otorino ti dice "mahhhhssí, in principio, non dovrebbero esserci problemi", tu ti metti una mano sull'istinto materno e sospiri.
Tu e il tuo compadre non avete abbastanza ferie per un viaggio in macchina fino in Italia e ritorno.
Altro sospiro.
Poi decidi di mandare solo la grande dei due, anche se l'idea di lei in aereo da sola non ti prende proprio bene, questa volta anche per Daesh, piloti pazzi e compagnia bella. Che se succede qualcosa non starai mica là tu a proteggerla e a farle scudo, al massimo ci sara una hostess o un bellissimo stewart in divisa. Ma a lei non lo puoi dire. Le devi mostrare che sei superfelice e allontani le paure.

Se la vita di genitore é fatta di compromessi e maschere, quella di mamma all'estero non saprei dire.
Che i bambini non sai mai dove lasciarli, che quell'altro lavora sempre ma se sei fortunata come me hai una suocera santa che te li tiene un po' e tu vai, finalmente, dal ginecologo...60 euro perchè la visita è nel privato (dopo più di 10 anni in un paese non hai ancora una copertura sanitaria pubblica come si deve) e urgente (non perchè sia grave, ma perchè hai trovato modo di andare e, finalmente, vai).
E ti becchi una ginecologa laureata nell'ex URSS, sono quasi le 10 di sera e tu avresti voglia e bisogno di parlare ma lei, algida, non è in vena. Mica c'erano altre idiote come me in sala d'attesa. Pensi: vabbè, mi toccherà di scrivere un po'.

La palestra? Seee...La fai in casa, in giro, tornando coi sacchi addosso più il cirolo, al parchetto, correndogli dietro come una cretina perchè anche quando è mezzo malato non sta fermo un momento.

E allora tornando dal parchetto, vai al supermercato, che ti è venuta una voglia matta di sapori estivi.
Compri qualcosa, ah sì, guarda che bel peperone, guardaaaa i pomodori secchi in offerta, mitico. Ah sì il detersivo.
Arrivi a casa, apri una latta di mais, con ogni probabilità geneticamente modificato, lo butti in insalatiera e ne spizzichi una, di quelle robette gialle.
Robette sfiziose da campeggiatori improvvisati, da gente con lo zaino in spalla.
Che voglia che ho.
Di uno zaino pesante e una vita un po' più leggera. Mica è la famiglia, è l'estero.


Saturday, March 5, 2016

Le gonne delle mamme

Quante cose potrebbero raccontare le gonne delle mamme.
Quante cose hanno visto.

Quando, tirandoti per la gonna, il piccolino ti viene a distogliere dai fornelli per andare a fare un girotondo in sala con la sorellona, tutti e tre (o magari tutti e quattro).
Quando dopo carbonara alle verdure, tonno e frutta, tutto mangiato con le manine, se le pulisce nella tua gonna.

Quando lei, giocando a palla, dice "tocco veste" invece di "tocco terra", come le ha insegnato la nonna, che é più facile.
Quando ero piccola come lui, in posta, mi sono fatta prendere dalla vergogna e mi sono nascosta sotto la gonna di mia mamma, tirandogliela su tutta, lì, tra gli astanti.

Quelle gonne di mamme che ogni tanto i papà frettolosi tirano su perché non si ha mai tempo per amarsi come universitari fuori sede.



Tuesday, September 8, 2015

inventario di una borsetta di mamma alla fine dell'estate

- un portafogli squattrinato
- una mollettina per capelli di bimba, a fiori
- un berrettino per bebé
- un mini beauty case
- un disinfettante mani
- varie monetine sparse
- diverse conchigliette
- alcuni sassolini
- molta sabbia
- una mostruosità di briciole
- le chiavi di casa
- scontrini vari
- un paio di calzettini per bebé
- le chiavi della macchina
- il manico di un cucchiaino da gelato
- un cucchiaino da té
- noccioline e macadamia caramellizzate comprate sulle bancarelle durante le ferie
- due pezzi della bicicletta (non fondamentali alla bicicletta)
- una usb pen
- una bacca di eucalipto
- 1 lettera dalle finanças
- 1 palloncino da gonfiare, a questo punto probabilmente forato

Monday, June 1, 2015

candide

In Portogallo oggi si celebra la giornata del bambino. E si celebra pesante anche, secondo me.
Sempre abbastanza resistente alle effemeridi di questo tipo, non solo per vederci delle commercialate astruse, ma soprattutto perché si aggiungono ai compleanni, natali e varie a ricordarmi che il tempo passa, l'ho trascorsa tirando fuori uno dei lati più infantili di me, mangiando tutto il giorno, a ruota libera, per colmare forse qualche vuoto lasciato lì da questo tapis-roulant che non riesco proprio a seguire.

Uscita dal lavoro, sono andata a prendere il pargolo e sono entrata in una cartoleria per comprare un libro a un bambino che ha invitato laDù al compleanno.
Era pieno di nonne che viziavano i nipotini e acquistavano questo e quello. Un bimbo, poco più grande di I, lo cercava di allontanare in tutti i modi, anche se lo tenevo io nella fascia, preoccupato che potessimo portargli via i regali che gli spettavano.
I, ora appassionatissimo di bestiole, voleva proprio vedere tutti quei paperini, quegli asinelli e quelle scimmiette e si dimenava come un matto.
Alla fine non ho resistito alla commercialata e ho portato a casa una confezione di DAS per lei, che nel frattempo era a scuola, e un cavallino per lui. Per strada lo teneva nella manina, come tra un po' inizierà a tenere le macchinine e i trenini.
Osservavo quella sua manina, una manina da ometto ormai.

Poi sono andata in farmacia. Sospetto una candida e l'ho detto alla signora con il camice.
Mi ha tirato su una certa suola e alla fine non mi ha venduto quello che cercavo e volevo ma mi ha fatto prenotare degli ovuli di lactobacillus (leggi a casa mia yogurt) che arriveranno domani.
Come usi e costumi locali comandano, un signore ha invaso il mio spazio prossemico mentre la farmacista mi indicava il prodotto sul computer.
Tentando proteggere la mia intimità almeno un po', le ho chiesto vagamente:
"é per uso topico?"
"NO. lo deve mettere nella VAGINA."
"ecco, allora é proprio per uso topico..."
"ah si, é vero."

Tra un po' la casa non sembrerà più tanto uno scenario bellico. Non avrò più pentole da raccattare dal pavimento della cucina, quando, a fine serata, loro si addormentano e per caso io riesco a resistere. E poi non mi ricorderò più. O solo poco. Lo so perché è già successo una volta.
Ora che dormono, ogni volta che lo vado a controllare sembra più lungo e più grande.
Come i piedoni de laDù.

I portoghesi oggi su faccialibro hanno messo in tanti una foto di loro quando erano bambini, perché c'è n'é sempre uno dentro in noi, si dice. Peccato che i nostri ricordi consci, soprattutto della primissima infanzia, siano così labili. Ed é così pure per la prima infanzia dei nostri bimbi. Manine candide o no.
E invece mi ricordo poi di cose di cui non me ne frega un cazzo.
Sicuramente mi ricorderò di questa presunta candida e della faccia della farmacista a cui la parola "topico" suonava male.



Monday, April 20, 2015

13. Fortune.

Credo che tu sia fortunato.
Ma come faccio a dirlo oggi, che hai 1 anno e un 1 mese?
Poco. Tanto. Ormai non sei più solo mio.
Cammini, vai a scuola, ti piace lo scivolo e fare le marachelle.

Non sogno per voi due, piccini, altro che la felicità.
Che la vita non cambi il tuo cuore generoso di bimbo avventuroso.
Che tu la sappia cogliere sempre con gli stessi occhi vispi e dolci.
Spero di non fare altri danni, di non rovinarvi troppo, a te e alla Du.

Certo che sei fortunato.
Sei nato qui. Siete due bimbi bianchi.
Che tu cresca astronauta, disoccupato, operaio, gay, superuomo o pirata pacifista.
Non mi importa. La vostra felicità é talmente grande da bastarmi.

Poi penso a quei bimbi chiusi in una nave chiusa sotto le onde.
In tante navi ribaltatesi sotto, nel mare.
Deboli cuori di mamme.
Ecco. Non so più se tu sia fortunato.
Sei nato ora, che di umanità di che rallegrarsi ce n'é troppo poca.

Sunday, December 21, 2014

senza foto

20.12

D'ora in avanti passi più tempo nel mondo che dentro di me.

9 mesi oggi, ma niente foto. Occhi troppo rossi, nasino troppo gocciolante.
Tra il raffreddato e il febbricitante da 4 settimane. Non ne posso più io, immagino lui, piccino.

Credo che me ne fregherò della ceretta, della manicure, dei regali che mancano ancora.
Tanto il prossimo anno saremo punto e a capo.
Se i mesi scorsi sono volati, non vedo perché i prossimi dovranno comportarsi diversamente.

---
21.12

Stanotte ha messo fuori altri due denti, gli incisivi superiori laterali. Certo é che se mette fuori i denti a due alla volta, il raffreddore non glielo toglie nessuno. Altra febbre.
Vorrei dire alla mia capa che sta ancora male. Che si decida a decidere se posso evitare di fare la pausa pranzo. Stupida ora che puntualmente spendiamo per spendere nel centro commerciale dell'impresa, o per fare degli straordinari, per l'impresa.
Odio.
Odio che qualcuno mi possa dire come usare il mio tempo libero. Odio che qualcuno mi possa comandare di perdere un ora di tempo al giorno che invece potrei trascorrere con i miei figli, uno dei quali ancora poppante.
Odio che qualcun altro debba dirmi che mi devo conformare, che devo stare buona.
Zitta.
Ferma.
Aspettare che decidano.
Seduta.
Aspettare.

Aspetta.

(Piango un po'.)

Aspetta.

Vaffanculo.




Monday, December 1, 2014

(sbiavdo) natale

Un anno fa, poco più, poco meno, ero nella metro con la signorina D.
Avevamo un foglietto a quadretti con scritto il testo di Bianco Natale, che doveva imparare per la scuola. Una dei tanti compiti esotici che ci accollano, per poi dimenticarsi di chiederli.
Comunque eravamo là a cantare. La nostra vicina di sedile ci osservava rallegrata dalla scena e ci ascoltava sbigottita dalle nostre inabilità canore.
Aspettavamo Iago nella mia panciona già bella rotonda e lo coccolavamo insieme. Ieri.

Ora, si è riproposto il compito dell'anno scorso. Vai di Bianco Natale di nuovo, tanto l'anno scorso nessuno l'ha sentita (a parte il pubblico in metro).
E zuuuuuum, ecco il treno che mi passa sopra.
Ed ecco il magone, ci mancherebbe.
Arriva il natale che qui di bianco ha ben poco, forse solo le pietre della calçada. Qui in casa han deciso di montare l'albero il 28 novembre (ero in minoria). Forse lo hanno fatto segretamente per farmi abituare all'idea.
Torno a lavorare proprio sul più bello. Quando arrivano i miei, quando la signorina D inizia a stare a casa da scuola. Lei che é tanto coccola con suo fratello e comincia ad essere ribelle con me, che alle volte vesto i panni della strega e parlo (urlo?) sempre di più come mia mamma.
Torno a lavorare nel periodo dell'anno in cui la lontananza da Casa mi è più dura, allo stesso tempo in cui pare diventi sempre più difficile tornare.
Torno a lavorare ora che mister I tra un po' inizia a camminare e non voglio perdermi niente.

Penso ai mesi di questa maternità, sfogliati sul calendario, foglie cadute d'improvviso da un albero rosso.

Non sono passati.
Viaggio tra l'extrasistole e la negazione. Intanto qualcosa dentro me mi spinge a oliare le ruote della bici e preparare i motori del cervello per tornare alla routine. E lo spirto guerrier ci rema contro.
Un'automa porta il bimbo al nido per farlo abituare. Una mamma con sudori freddi, fiato corto,  palpitazioni e vie lacrimali pronte allo spruzzo, lo va a prendere.
Ho ancora due settimane. Due settimane. Due mesi. Due anni. Due vite. Che differenza fa?

Il tempo è un elastico. 
Un caleidoscopio. 
Una scatola di sardine in replica (sia la scatola che le sardine). 
Un'onda, un profumo. 
Una molla lanciata dalla cima di una scalinata.
Ne sento il peso e la libertà.

Se stessi a casa fino all'anno del piccolo allora sì che sarei felice. Forse sentirei di aver compiuto il mio dovere di mamma, un po' di più.

Farei come con la signorina D, anche se allora ero disoccupata. 8 anni fa il mio obiettivo era trovare un lavoro. E l'ho trovato. E ora? Ora che sono stata lontana dal luogo e dal modus vivendi che mi allontana da me stessa, non arriverei comunque a sentirmi incompiuta? Qual è l'obiettivo? Dove voglio andare? Cosa voglio fare da grande? I bimbi prima o poi devono andare a scuola, anche se non così presto. Poi? Sarà che solo attraverso loro riesca a sentirmi una persona piena? Beh, per il momento sì e non me ne rammarico, né mi sento diminuita.

Sono drogata di mamma-ormoni e non me ne vergogno, né voglio la rehab. Non voglio dimenticarmi i profumi di bebé mammone, di cacca-yogurtino. Voglio coccolare tutte le volte che ci va. Non voglio smettere di allattare; non voglio che il mio bimbo mangi la pappe di latte di mucche nestlémerda perché é la scuola che gliele propina... Non voglio un sacco di cose. Ora voglio fare la mamma.
Poi cresceremo, poi vorrò qualcos'altro.

Quindi? Torno? Adatto le mie NON-voglie al mondo che mi aspetta il 15 Dicembre?


Tuesday, September 23, 2014

Medio año - c'é latte e latte.

Se avete un'amica che sta allattando, datele fiducia in se stessa. Rallegratela. 
Svergognate pubblicamente chiunque provi solo a dubitare della qualità/quantità del latte materno. Economico, ecologico, a Km zero, 4x4, dosi di amore e tenerezza incontrollabili.
L'OMS incoraggia l'allattamento al seno esclusivo fino ai sei mesi e poi, introducendo i vari alimenti, fino ai due anni.
Le mamme dovrebbero essere libere di tornare a lavorare di conseguenza.

Con Dunia, la pediatra, ossessionata dalle curve di crescita, mi aveva fatto alternare il latte materno a quello artificiale, a partire dal primo mese compiuto. "Il tuo latte é povero" diceva. Stronzate. 
Forse aveva fatto male i conti, non aveva pensato alle castronerie che avevano fatto in ospedale, dove per via del biberon che le hanno somministrato senza ragione e senza permesso, la piccola non aveva avuto subito la perdita di peso considerata fisiologica, avendola invece a casa quando ho provato a darle solo il mio latte.

Che difficile. Quelle pile di biberon da sterilizzare sparsi per la cucina quando di cose da fare ne hai abbastanza. 
Fino al sesto mese le ho dato comunque un chupito di tetta (meno ti viene chiesto, meno produci).

Logistica a parte, il latte della mamma é il migliore che esista, perché si adatta alle necessità del bambino, sia in qualità che in quantità.

Il piccolo ha fatto i fatidici sei mesi sabato scorso. Ha smesso di essere un bebézinho, un piccolo bebé. 
Ora é un bebé grande che sta seduto, rotola, striscia e comincia a parlottare. 
Buoubuoubuou. 
Un po' in ritardo rispetto alla Du. Forse perché é un cucciolo di uomo e non di donna, forse perché negli ultimi mesi abbiamo girato come trottole e anche loro hanno bisogno di calma per mostrare quello che hanno imparato osservando il mondo.

Ma Olá e Mammmmmmmaaa, lo dice già da un pezzo.

Sono felice, orgogliosa, mi sento piena ed appagata. Riesco quasi a mandare giù le frustrazioni di due cesarei.
Con Iago siamo riusciti a vincere questa prima tappa.
Certo ci sono stati giorni in cui credevo di avere meno latte o che si stesse esaurendo. Paura. Poi ripensavo alle parole delle mie amiche e delle infermiere e tornavo a crederci subito.
Il piccino chiedeva solamente di più, perché ci sono giorni in cui i bimbi crescono più rapidamente.
La tetta poi risponde amorevolmente. Momenti di gioia che rimpiangerò (foto in calce).

La settimana scorsa, sono andata a trovare le colleghe. Molte, soprattutto molte mamme, osservando Iago si sono meravigliate del fatto che fosse esclusivamente allattato al seno. Troppo cicciottello e in salute. (Beh, sicuramente più rotondetto di sua sorella! tiè!)
Tante superstizioni, perpetrate dagli stessi medici, forse conniventi con chi commercia il latte in polvere. 
Ora qualcosa sta cambiando. Se vi capita, spargete la voce.

Alle donne che mi hanno sostenuto e incoraggiato devo un grazie infinite.

P.S.: alle donne che con Dunia mi avevano fatto credere che il latte servisse solo a sfamare...ecco...non so che dire. Sento come che ci abbiano rovinato la festa.


Tuesday, September 16, 2014

Così, mai. O del ritorno.

Credo di non essere mai stata tanto triste per via dell'inizio dell'anno scolastico e della necessaria e accessoria fine dell'estate.

Tornare a scuola era, in fin dei conti, sempre bello. A scuola mi divertivo: studiare mi é sempre stato facile, ero la secchiona simpatica che si impegnava per far passare anche gli altri.
Con alcuni distinguo per non scivolare nel buonismo o nello scurdammoce 'o passato, volevo un gran bene ai miei compagni e sentivo che anche loro ne volevano a me.  Ricordo ancora delle bacinelle di lacrime che ho versato insieme all'E., l'ultimo giorno di 5ª superiore.

Ieri la signorina è tornata a scuola, apriti cielo.
Approfitto del sonno mattutino dei masculi, per aggiornare l'etere con i miei appunti serali degli ultimi giorni. Avere il computer disponibile ed averlo da sola è cosa rara di 'sti tempi.

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Mercoledì, 10 settembre  

L'ultima luna dell'estate è entrata oggi nella sua fase calante e tra cinque giorni inzia un nuovo anno per la scuola pubblica portoghese. Visto che di matite e penne ce ne sono abbastanza in casa, tutto sommato il materiale scolastico da comprare si circoscrive ai vari repellenti e shampoo antipidocchi (e qualche testa d'aglio d'ordinanza contro vampiri e malocchi).

La piccola non dorme ancora nella stanza accanto, la sento tintinnare i suoi campanellini appesi alla cavigliera che le hanno regalato mentre eravamo in campeggio.

Note to self: Mai più in campeggio con un bambino tanto piccolo, per di più con una virosi intestinale. (Ci sarà ancora un bambino tanto piccolo nella mia vita?)

L'infante impannolato mi dorme accanto, girato sul fianco, in barba all'ultima corrente di pensiero che vorrebbe che i bebè dormano a pancia in sù, un braccio così e uno cosà, la testina pomì.

Con Dunia usavo metodi contenitivi per mantenerla nella posizione canonica, che otto anni fa consisteva esattamente in quella adottata ora da Iago, che di cilindri costrittivi e coperte a mò di fascia non ne vuole sapere. Lei invece adorava sentirsi sicura, abbracciata.
Che due tipi! Continuo a credere che tutto dipenda dal trattamento estremamente diverso che hanno avuto durante le prime ore di vita extrauterina. Dunia, senza ragione allontanata da me per quasi 15 ore, obbligata senza necessità a nutrirsi al biberon. Iago, immediatamente tra mie braccia, subito dopo la sutura.

La gatta, scaldandomi la pianta dei piedi, alterna la vigilia al dormiveglia, ancora con il collarino che mister le ha comprato, caso si fosse persa mentre eravamo in vacanza. Non le abbiamo ancora tolto il sonaglio (che credo fermamente conduca i felini alla pazzia) così, per il momento, abbiamo due signorine a tintinnare per casa.

Insomma. Bam! Ho ancora tre mesi di maternità ultrasottopagata ma ciao estate. Ieri buttavo giù i miei piani per la stagione, qui e . Ed ora, finito tutto.
Mi trovo ad incazzarmi perché tante persone vicine danno per scontato che io mi comporti in un certo modo, che tre settimane in Italia mi bastino e poi, via a far quello e quell'altro.
Quando avrei potuto decidere diversamente: tre mesi in Italì e vaffanculo.
La parola magica é: decidere.
Sono io stessa a darmi per scontata, a stare nella mia posizione, alternando il mio grembiulino da massaia al mio contrattino di lavoro (uh, vero...rinnovato...per un altro periodo a termine).
Mi resta il rimpianto per aver fatto quello che gli altri, compagno e nonne in promo luogo, si aspettavano che facessi. Senza pensare bene a quello che io volessi e decidere di conseguenza.

Cazzo, Anna, da quanto tempo aspettavi un occasione così? Per poter capire effettivamente com'è il quotidiano della vita che hai lasciato. E per poi poter decidere di nuovo, cosa è effettivamente meglio per te.

Certo è che se fossi rimasta tre mesi, col cavolo che bastavano i fiori di Bach per rimettermi sull'aereo.

Tutto sommato è un patto tacito che facciamo in primo luogo con noi stessi, quello che ci fa stare al "nostro" posto. Tutti i cazzo di giorni.
Geograficamente, questo è un posto degno solo quando si sta in ferie, godendo l'uno dell'altro, stando insieme. Ora che sono terminate, aiuto (per non esclamare ancora "cazzo!!").

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Sabato, 13 settembre

Iago ha ancora solo pochissimi dei tanti capelli con cui è sbucato fuori da me. Sul cume della testa ne avrà al massimo una decina che si notano ormai solo al tatto, ben più lunghi degli altri che stanno crescendo forti, ma comunque biondicci.

Come tutti i giorni siamo passati davanti alla scuola di Dunia. Era ieri che la sono andata a prendere l'ultimo giorno dall'a.s. 2013-2014.
Il futuro, prima di avvenire, sembra sempre così lontano. Invece.
Quando Dunia è nata pensavo: "C'è tempo. Nel 2012 andrà a scuola; io avrò 32 anni." C'é tempo, mi ripetevo.

Nel 2012 c'è stato il terremoto a Ferrara; Dunia ha visto le montagne, quelle vere, per la prima volta; la mia amica T. ha conosciuto i miei amici di sempre. Che altro?
Il 2012 è ormai passato da un pezzo.

Ho persino vividi ricordi di quanto nel passato ho immaginato essere il futuro. Di particolari mai verificatisi. Di una Dunia con le treccine, seduta a disegnare con me, alla tavola illuminata dai finestroni della sala della nostra prima casa, a Monte Abraão. Dei suoi piedini a penzoloni, dondolanti da una sedia che probabilmente non é mai esistita.
Avrò tra i milioni di foto che ho scattato alla piccina, un'immagine reale dei suoi piedini a penzoloni? Me lo domando ora, che non sono più piedini (porta il 34!) e che non penzolano più.

E d'altro canto ora con Iago rivivo momenti, di lei piccina, con me.
Perchè certi ricordi, capaci di riempirci il cuore di panna e nutella, non sono sempre vividi e a portata di mano? Come se invece di essere sul desktop del nostro cervello, fossero stati infilati per una svista in una cartella smarrita, mimetizzata a sua volta, tra altre sottocartelle senza nome?
A volte sul desktop abbiamo cose davvero ridondanti, poco interessanti e inutili. Abbiamo sicuramente la spazzatura, che di rado svuotiamo.

Tutto questo turbinio di files sparsi e trovabili solo con la ricerca avanzata, nonostante la nostra mania di frazionare il tempo in ordinate ore, settimane, anni, mi fa cercare di stringere a me ogni istante, con morbosa e insana forza, con l'assurdo risultato di avere già nostalgia di qualcosa che non è ancora finito.
Sono ancora a casa con il piccolo formaggio profumello, ma temo già il momento del distacco, a dicembre.
...è un po' come la ritrita storiella della sabbia, che più saldamente la stringi nel pugno, più rapidamente ti fugge dalle mani.

Il male oscuro di cui soffro sono vari, in realtà. Curatemi. Ditemi che sarà bellissimo tornare a lavorare, quando mi sto arrovellando il cervello per cercare di non farlo.

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Praia da Vieirinha, Porto Côvo, Portugal - 7 Settembre 2014, al tramonto.

Cara estate 2014, sei stata bella. Bellissima, forse la più bella di tutte. Altroché miss.
Forse perchè, mai come ora, sono stata coscente della tua fine.
Un estate escatologica, tanto per fare la secchiona.

Wednesday, July 16, 2014

Naufragar m'è dolce

Al bar, l'espresso d'orzo e le bustine sempre disponibili di zucchero scuro.
Le pere abate e i fiori di zucca.
I bambini delle scuole negli orti di montagna e l'orto di mia mamma.

La mia stanza di ragazzina.
Lo zio. I miei genitori. Il mio peloso Giulio che quest'anno ha cambiato la voce.
Ciò che non so se troverò alla prossima.
Ora il salutarsi non é più tanto leggero. A volte mi trovo a salutare pensando non si sa mai.

Gli amici che non ho visto questa volta e quelli che non vedo da anni.
Quelli che vedo sempre. I loro bimbi.
Piccole saggezze che ho lasciato indietro e mi vengono ricordate. Memorie di me. Loro la mia storia la sanno.

Il pesce fresco.
L'aria pulita dell'Oceano, carica di sale nel suo prenderti, che mi fa belli i capelli, o almeno credo io.
I bambini degli asili in fila con il secchiello e il cappellino.
I bagnini che dicono bom dia! con un generoso sorriso.

La mia micia nera.
La grande famiglia, tutta intera.

Le mie compagne di lotta alla nostalgia (che di saudade mi sono rotta), che sanno come si vive, quando si è sempre a metà. I loro bimbi.

Il continuo interrogarsi su cosa hai preso, perso e dato. Quanto continui a perdere, prendere, dare.
E i miei bimbi. Appena ci penso, torno tutta intera.

Sunday, June 8, 2014

Tic Toc. Tac. Matematico.

Ho fatto i conti e deve per forza esserci stato un momento in cui ho acquistato un biglietto di sola andata. Matematico.

Pensandoci bene, credo che sia stato quando aspettavo la Dú.

Ora la mia stanza odora di pannolini usati; fondamentalmente di cacca di piccolo.
Una cacca che non sa ancora di cacca, ma di latte di mamma. Profuma quasi.

10 anni e 1 giorno fa mi diceva per la prima volta ti amo.
Cose che non si sentono tutti i giorni, né mesi, credo. Ma vale lo stesso, suppongo.

Mi crogiolo nella tenerezza dell'allattare, del parlottare, dello smerdare, dell'abbracciare, del leggere un libro, dell'accarezzare la loro fronte bombata e baciarli sul viso. Non voglio smettere.

Mi incazzo con i miei rimproveri, il mio sbuffare, il mio tendermi come una corda di violino, i libri che le ho comprato ma che non abbiamo ancora letto insieme. Con me. Mi sembra di non riuscire a smettere.

Mi scuso: la stanchezza, il tempo, sai. Domani.
Vorrei fare di più ed essere di meno. La mia piccina. Il mio nanetto.

Penso a mia mamma. A come doveva essere con me bebé. Penso a mio fratello, uno dei miei primi ricordi. Penso a mio padre. Alle mie scelte e alle loro.
Rapidi trascorrono i minuti e gli anni.

L'orologio delle età di nonni e nipoti scappa veloce e io vorrei godermeli, nonni e nipoti.
Arrivo. Torno.

E voglio arrivare ancora tante e tante volte.