Wednesday, February 2, 2011

un gomitolo di racconti, per una bimba nata il trefebbraioduemilasei|2e34


Scrivevo nel febbraio del 2007:
***
Mia Piccola,
Eccoti qui, che ancora mi sembri appena nata e già quasi cammini come me, mangi come me, parli come me!
No, non urli come me. Io insulto il Signore, tu mi strappi le budella.
Alla fine del tuo primo anno di vita ti faccio il regalo della nostra piccola storia. Un regalo che ancora non so quando darti, con i dovuti interessi.
Il giorno della tua prima volta (se me lo racconterai), dei tuoi 18 anni, del tuo grande primo viaggio da sola, della tua laurea, della tua ultima e sofferta uscita di casa, della nascita del tuo primo figlio.
Che luoghi comuni, cribbio.
Conoscendomi te lo darò il giorno che mi viene in mente, se non lo trovi tu prima.

So che ti guardo, cosi piccola e pura, con i tuoi capricci e i tuoi grandi occhi bagnati; le tue risa, il tuo piccolo becco rosso; le tue guance da mordere e stringere tra le mani.
La tua vocina mi fa vibrare lo sterno di dolcezza. Da quando sei nata, sembri trasportare una saggezza che l’umanità, crescendo, solitamente perde, piccolo gnometto rosa.
Sembri una pesca. Profumata e pallidina, rosa e dolce, con un nocciolo testardo da proteggere dalla solitudine.
Vorrei essere più presente, perderti meno in mezzo ai miei pensieri pesanti.
Se questo racconto non sarà un polpettone del tutto patetico, magari lo pubblico, un giorno di questi. Che si sappia in giro quanto ti amo!
Quando nasce il primo figlio, succede che si sente come un’armonia totale con tutte le donne del mondo e con l’universo.
Non é una sensazione costante. A volte ne vorresti strozzare qualcuna.
Quelle che vengono a trovare il fiorellino appena nato con il treno e non si vanno a lavare le mani. Poi al fiorellino di 5 giorni viene una congiuntivite acuta.
Quelle che svegliano il frugoletto appena addormentato con tanta fatica perché si sono spruzzate addosso troppo profumo.
Quelle che ti dicono fai-così-e-cosà; quelle che ti dicono non-fare-così-e-cosà. Quelle che non ti dicono assolutamente nulla.
E soprattutto, almeno metà delle donne che lavorano in ostetricia, quelle che ti infilano bruttamente un clistere nel di\backslash\dietro; quelle che ti rapano la passera a secco, con un bic monolama. Quelle che mi hanno trattato come un'idiota quando ho detto che non avevo mai cambiato un pannolino.
Quelle che non mi dicevano nulla su quando avrei potuto rivederti.
Sento di aver cancellato in parte il dolore di quello strappo, quattordici ore post-cesareo senza vederti, né stringerti, né parlarti. Ore con l’orecchio proteso al telefono del corridoio del post-operatorio per saper quando sarei potuta salire in reparto.
Avevo nel ricordo solo il momento in cui l’infermiera spagnola ti ha appoggiato sulla mia spalla sinistra.
Eri nata da un attimo appena e mi hanno dovuto svegliare, svenuta che ero.
Con quel berrettino azzurro-bianco-e-rosa eri tutta tua padre, ma gli occhi no. Brillavano azzurri, guardando la grande luce della sala operatoria. “Come sei bella!” ti ho detto.
Non ho pianto, è stato un parto a metà.
Ora ho superato anche la frustrazione del non averti messo al mondo, del sentire tirare, come se ti avessero strappato da me. E ti hanno strappato, ma é stato per via del tuo battito, perché io-mamma me ne sono accorta che non stavi bene.
Ma sei nata e stavi benone qui fuori. Non ho sentito il tuo primo vagito, il tuo primo, incazzato, “Ehi, sono qui fuori, mammaaaah!!”. Non che non ne abbia fatto il pieno dopo.
Non ho nemmeno visto la faccia del tuo papà quando ti ha visto per la prima volta. Lui non poteva stare con me in sala operatoria. Ma dopo che sei andata in giro a farti conoscere e rimirare da lui e dalle nonne, succhiandoti la manina, lui è venuto da me a baciarmi ed abbracciarmi. Era così preso! E io tremavo di freddo e dolore, piena di macchine attaccate a misurarmi la vita.
E quando lui è partito, sei tornata tu, potevo reggerti con un braccio soltanto, l’altro se ne stava preso in un barometro sanguigno.
Avevi tanti capelli, li avrò visti in quel momento?
Ma eri affamata e ti sei messa subito a piangere, come fanno i neonati. Un pianto strozzato a tratti, una voce sottile ma più grossa e potente di quel che mi stessi aspettando. Così ti hanno riportato via. Lontana tante ore.
Quell’infermiera di Malaga era davvero carina. Mi ha accarezzato il petto durante l’operazione e durante la notte mi ha fatto compagnia. Stavo veramente un cencio. Volevo parlare in spagnolo. Non riuscivo.
Volevo parlare. Ci siamo scambiate storie sul qui e sui rispettivi là, sulla famiglia.
Diventi mamma e la tua rivolta verso casa si fa sempre meno acuta. Almeno per me, acuta e acuminata, lo era.
Tutto sommato, manca la nostra vita come l’abbiamo conosciuta quando ce la siamo fatta amica. Gli amici, l’appoggio.
La mamma.
Capiamo le donne quando siamo mamme, in una pace magica.
Capisci tua madre, tua nonna e tua bisnonna. Le mamme in India, in Cina, nelle tribu in Amazzonia...Le madri di tutti i mondi possibili e tutto il loro fardo di pene.
Ma ancora sei mamma da troppo poco tempo per non essere figlia, e ci vedi meglio.
Capisci l’idea. Quell’armonia fondente generata dalla purezza profumata che all’impprovviso ci troviamo a cullare, da quel sorriso che con le settimane si apre sempre di più, dal latte che (senza stress esogeni) ti sgorga naturalmente dalle tette all’ora esatta della poppata.
La mammifera che lecca il cucciolo.
***
E so che ho scritto ancora sulla tua nascita amore mio, forse ancor prima del febbraio del 2007. E scrissi anche dei rasta di tuo papà che cadevano dolci sul camice cor-de-rosa mentre non sapeva quale ciclo di respirazione mi doveva far fare e io avevo studiato e avevo i bigliettini per paura di non passare l'esame.
Dov’é accidenti è quel quaderno con l’altra parte della storia del 3 febbraio 2006?
È in casa. Non scappa.
Nel febbraio del 2007 continuavo:
***
Ieri pomeriggio, tornata dal lavoro e fagocitati n. 3 involtini primavera, mi sono stesa sul mio lettone, con mia mamma e con te che avevi la classica febbre e irrequietezza da denti.
Mia mamma si è messa a ricordare di come le facesse impressione staccarmi i denti da latte, quando questi stavano per cadere. Lasciava spesso che fosse mio padre a farlo, con il suo maschile sangue freddo e le sue idee ingegnose sulla combinazione porta-filo interdentale.
Quando nessuno interveniva a separarmi dal mio osso provvisorio, me lo trovavo improvvisamente a navigarmi in bocca, in un piccolo mare chiuso di sangue e saliva, sospinto dalla lingua e accarezzato dalle papille gustative che ne assaporavano le forme sbrecciate.
Ieri, mentre ricordavo queste sensazioni e cercando di ricordare anche il dolore che sta attaccando le tue gengive, mi è tornato in mente un particolare della mia piccolitudine (o in italiano vero: infanzia) e di mia nonna, donna contraddistinta da una maternità algo sadica.
Mia nonna a-do-ra-va togliermi i denti, strapparmeli di bocca al primo segno di instabilità. Quando avevo un dente pericolante, in vena di originare una piccola frana orale, facevo di tutto per evitare di andare a casa sua. Se proprio dovevo, facevo di tutto per nascondere il pericolo di crollo.
Se per caso si accorgeva di qualche movimento strano della lingua, tipico di “una lingua che batte”, mi faceva aprire la bocca e, qualora il suo sospetto fosse verificato dalla perizia, correva al grande comò scuro e lucido in camera sua, apriva il primo cassetto, pieno di biancheria minuta e di profumi da Nonna Elda, ne estraeva un fazzoletto e io...capivo.
Ancora ricordo la senzazione al tatto con quel profumo di cotone spremuto contro le mie giovani gengive e la mia lingua che si seccava repentina.
Quel leggero ma doloroso crick, quella stratta solida e quel “tó bela, strica un poc”.
Metteva da parte il mio dentino e mi dava qualche moneta, a volte addirittura una banconota da 5 o 10mila lire, da mettere nel protamonete di ferro con i piolini rifiniti con pietrine azzurre, che mi aveva regalato per riempirlo dei piccoli bottini metallici, vinti durante pomeriggi passati a giocare a scala quaranta con lei e, a volte, con le sue amiche.
Ovviamente quando perdevo non pagavo mai.
***
È arrivato il momento di mettere insieme, in un filo, tante piccole storie che ho scritto alla mia Du, che ancora la guardo e divento piccina.
La Du che cresce tanto in fretta e domani sarà qui, a leggere su Intergnént, se ancora esisterà domani.
Penso tante cose. Sarà perché mi rendo conto che non riesco a fare tutto quello che vorrei fare. E non riesco ad essere tutto quello che vorrei essere.
Semplicemente avremmo bisogno dei mille noi che albergano i mondi possibili. Avremmo bisogno che la piantassero, questi noi, di vivere vite in mondi paralleli. Non sta mica bene! Che ci prendessero a braccetto.
Una giornata piena di ore, senza mai essere stanchi, senza mai drogarsi. Credendoci e stop.
Un mondo solo, dove abbiamo finalmente capito che siamo poi delle sardine, che pensano di nuotare, ma in realtà fluttuano al sapore della corrente, e continuiamo a vivere in questo mare, solo perché siamo vicini l’uno all’altro e perché le nostre squame sono scivolose e cangianti. Che lo squalo e il delfino e la scatola di sardine sono lì, pronti a finirci.
E se non ci amiamo siamo proprio finiti.

2 comments:

Anonymous said...

Adoro semplicemente leggerti. Saluti ed abbracci da Bologna mia cara.
- Chiara

Anitarossa said...

Oddio ma grazie davvero di <3
Come va? Quando passi di qua??
Un bacio grande.