Monday, January 6, 2020

Le cose che (ri)dirò


Questa settimana, grazie ai numi, vedo la terapeuta.
Sì, la psicoterapeuta per l'esattezza. 
Quella signora con cui ho iniziato un cammino pagato per lo più dallo Stato, quando é nata l’ultima signorina.
Visti tutti i trascorsi, non stavo bene e si vedeva.

Dopo un paio d’anni, le cose dentro di me forse stanno anche volgendo al meglio.
Però.

La consapevolezza si paga, come tutto nella vita. Come si paga l'inerzia.

Correva l’estate del 1987, quando ho vinto questa coppa. 3º posto, concorso di disegno tra bambini dei campi solari.



Non ricordo se il soggetto del “dipinto” ci fosse stato imposto o se lo avessimo scelto.
Però ricordo benissimo la mia opera a pennarelli Jumbo su normale foglio bianco da disegno: quella fabbrica con i comignoli bianchi e rossi, con il fumazzo nero, il canale dirimpetto, pieno di liquami e pesci morti.

I campi solari: quando non disegnavamo, costruivamo un plastico della chiesa dove si erano sposati i miei già una decina di anni prima; giocavamo ai quattro cantoni, facevamo le corse con i sacchi o le prove di uno spettacolo in cui comparsavo come un non ben identificato roditore (un coniglio o uno scoiattolo, chissà, la bella di turno invece faceva Biancaneve o Cappuccetto Rosso, vai a capire questa roba strana che è la memoria).
Sicuramente non avevo ancora compiuto 7 anni, e il tema verde mi assillava già di brutto.

Ricordo poi che d’inverno andavo con mia mamma, sulle mura, a raccogliere lattine gettate nell’erba, infilzandole con dei bastoni, per portarle alla mia scuola elementare dove avevamo organizzato una specie di punto di raccolta.
Lo facevano anche i miei compagni, di sicuro. Ma io me la ero presa proprio a cuore la faccenda. Effettivamente tutte le volte che uscivamo raccattavamo schifezze, non solo sulle mura. Così come le raccatto oggi sulle spiagge con i miei figli.

Poi con mia mamma nel 2001 insisteva che io a Genova non ci sarei mai dovuta andare e anche su questo mi ci ero trovata a litigare: “ma lo vedi anche tu che se esportiamo in tutto il mondo il nostro modello di sviluppo e di consumo – la pace – senza esportare anche maniere per neutralizzarne gli effetti collaterali, ci troviamo tutti nella merda? Ecco. Io, a Genova, ci dovevo andare e ascoltami, cazzo!” le dicevo. 
Oggi questa coppa l’ha tirata lei fuori da chissà quale scatolone, perché ho chiesto a mio padre di mandarmene una foto, da appiccicare a sto pippone, che farò alla terapeuta e che sto (ri)facendo a voi.

Non ho mai smesso di prendermela.
Non é una roba che mi sono inventata adesso come hanno fatto i media con Greta (e, per lei, chapeu!); non me la sono fatta venire in mente ora con il bruciare della Siberia, della Amazzonia e dell’Australia, con il suo mezzo miliardo di animali inceneriti, solo lì; nemmeno con i roghi del 2017 quando pure il Portogallo é arso da nord a sud, e il fuoco si é preso, in una lunga estate, un centinaio di vite umane, né l’anno seguente, quando abbiamo avuto il caldo estremo, da stare tappati in casa tutto il giorno come in guerra. Ero uscita il mattino presto per comprare la carta igienica, a far la salita pensavo di morire, la gola in fiamme. 
Non é ipocondria la mia, come queste elencate non sono disgrazie. 
Sono eventi previsti e prevedibili. 
E questa é tutta roba che mi porto dentro da un pezzo.
Però.

Però glielo devo dire alla terapeuta che, da un po’, nei momenti in cui sono più presente a me stessa e meno presa dalle “cose che bisogna fare”, non posso più non pensarci.
Non riesco più a guardare i miei bambini e a sorridere davvero. 
Non riesco a non sentirmi male per una specie di bugia che sto raccontando loro in malo modo. 
Quella bugia melliflua che racconto pure a me e dice che “tutto andrà bene”. 
Che “dobbiamo continuare a fare le cose”, guardare avanti. Produrre, consumare.
Avanti cosa c’è?

Smettetela di fare finta di niente anche voi.

"I limiti dello Sviluppoè del 1972. Era solo un primo report ed é ormai decisamente più vecchio di molti di noi, che sì, "siamo ancora tutti qui", meno quelli che già non ci sono più.

Smettetela, davvero.

Dicono che tante volte quelli che sono in terapia sono quelli, nei nuclei umani, che ne hanno meno bisogno.
Smettetela.

Scioperiamo.


2 comments:

Papà said...

Umilmente ti chiedo perdono
Se ora il mondo è diverso dal mondo,
Che sognavi bambina abbracciando
Le ginocchia al tuo grande papà
Umilmente ti chiedo perdono
Se le fiabe che oggi tu vivi
Non finiscono come le mie
Con un principe azzurro per te
No, non piangere bimba ti prego
Se nel cielo ci sono le nubi
Se la vita è un confuso bolero
Se sul mare un veliero non c’è
Umilmente ti chiedo perdono
Se le stelle non sono d’argento
Se ti ho solo parlato d’amore
Se ti ho solo parlato di fate
E parlando
Scordai la realtà
No non piangere bimba ti prego
Se ogni giorno che passa è già ieri
Se la vita ha un sorriso volgare
Se papà piu’ non gioca con te
Umilmente ti chiedo perdono
Se l’azzurro dell’aria è veleno
Se si è perso l’odore del fieno
Se ogni volta nell’arcobaleno
Il colore che cerchi non c’è

Compositori: Carlo Rossi / Edoardo Vianello
Testo di Umilmente ti chiedo perdono © Universal Music Publishing

Baci, Papà
02022020

Anitarossa said...

Non avevo ricevuto notifica di questa risposta, che leggo ora, commossa ❤️