Friday, May 22, 2009

venerdì, quasi al mattino/ipertesto quasi autoreferenziale

È bello riaprire gli occhi la mattina dopo aver preso a pugni la sveglia perché il suo inesorabile enunciato "6:35" sembrava fuori posto, privo di tatto, in quella luce tenue che pensavo fosse di un sabato mattina.
È bello riaprire gli occhi dopo ancora un minuto di sonno, dopo che la coscienza, la prima a svegliarsi e l'ultima ad addormentarsi (come le massaie d'una volta, che sacrificavano il sonno alla famiglia), ha dettato la sua sentenza: "è solo venerdì, cretina. Ergi subito te stessa con un addominale agonistico!".
È bello riaprire gli occhi dopo un sogno e saperlo analizzare dall'inizio alla fine, in ogni frase onirica, senza ricorrere a nessun Freud o Jung, o peggio, a qualche psicolucolo da tre lire (e con la Krise non ne tiri su veramente nessuno di buono...).

L'essere una scavezzacollo mi ha portato a conoscermi abbastanza.
¡Y que suerte!

La storia, nel suo simbolismo e nelle sue occasioni (perse, per lo più) era così incollata al reale che mi ha fatto impressione.
L'unico elemento dell'irrealtà era la mia compagna di viaggio: Dalmera Camattarri, alias nonna Elda (1922-anno della marcia su Roma/2004-anno in cui sua nipote viveva in Spagna).

Per colpa dei miei, che da Monte Abraão ci portavano all'aeroporto, con lei perdevo l'aereo e invece di tornarcene in Italia, finivamo in un País Tropical per mia avventurosa scelta: "vai nonna, prendiamo il primo aereo per qualsiasi luogo!"
Su una spiaggia-deserto io mi disfacevo di caipirinha con i miei nuovi amici, mentre lei mi aspettava, seduta e con il suo piede inciabattato appoggiato a un'altra seggiola - come la Silvia ricorda ora, nel momento esatto in cui legge, il suo piede che faceva capolino da dietro la porta della sala del 5º piano, interno 24, torre A.
La nonna mi aspettava tranquilla, stato in cui in vita raramente si è trovata, perché donna facile non era. E aspettò fin quando una tempesta di sabbia ci obbligò a fuggire con gente che non mi piaceva. Eravamo in un tunnel deserto che sembrava una stazione della metropolitana con un tipo grande-grosso-et-alopecissimo...che scelta insana.

Quindi la sveglia ha detto che erano le 6:35 .

Perché la nonna:
di recente mi sono venute in mente le sue stoffe, a volte sento la sua mancanza anche se lo ammetto solo inconsciamente.
E si, se ne andò e non ci salutammo. Starà tutto lì?

Mmmno.

Ci sono tante persone, vive, che so lontane e so di non aver salutato. E loro sono fantasmi per me, in fin dei conti. Anche poi se me li porto appresso.

E ancora accade di sentirmi fantasma per alcuni altri, anche per chi saluto spesso, in qualche modo. Sono altri che non mi vedono anche se mi hanno davanti, mi guardano attraverso senza sentirmi, o altri che non mi hanno, forse volendomi accanto. Altri ancora che temo che mi desiderino tale, in quanto fantasma, perché sui fantasmi ci si può accoccolare, come su un soffice cuscino, ricamandoci pensieri come si ricamavano i fazzoletti degli innamorati nel nord del Portogallo.
Fantasmi, non-organismi, che si possono fendere con un solo gesto, passarci in mezzo senza farsi male, perché nemmeno io sono facile, anche se per motivi diversi.

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