Thursday, April 6, 2017

Umanità.

Non ce la faccio a cliccare sui link per aprire quei video.
Mi é bastato leggere l'articolo succinto dell'Ansa, per piangere.
Mi viene il vomito a leggere solo quei titoli "watch syrian dad mourning his kids..." o cose del genere, ritagliati su misura per l'emozione facile della donna media.
Siamo oltre la spettacolarizzazione morbosa.

I portavoce dell'Unicef e di altre varie ONG ci dicono che l'umanità é morta a Idlib.
Ma Umanità é divenuto un concetto troppo vago e informe. L'uomo ne ha forse davvero trovato il significato e respirato l'essenza alcune volte nella sua storia, ma ci é tutto fuggito di mano di nuovo ormai da tempo.
Così, dentro, siamo un po' morti tutti quanti.

Non c'è bisogno di andare fino in Siria, né di fare scuba diving tra i relitti del Mediterraneo.
Non c'é bisogno di scomodarsi, aprire la porta ed uscire, per trovare il cadavere.
L'umanità ci muore dentro. Succede tutte le volte che accettiamo di continuare una conversazione pacifica con qualcuno che sostiene che non c'entriamo, che possono e devono restare a casa loro, che tanto quello é un covo di fondamentalisti.

Muore dietro schermi ultrapiccoli e ultrapiatti, su cui strisciamo i pollici come se, dal loro movimento, dipendesse effettivamente la vita di qualcuno, lontano o vicino che sia. Ci è piaciuto credere che la nostra socialità mediale potesse contare qualcosa, che il nostro sdegno espresso a forza di faccine incazzate e cancelletti potesse veramente dare una direzione al mondo.
Era comodo crederlo.

Il potere é ben diverso, il potere pigia sui bottoni rossi, mica clicca sui link per condividere video di bimbi che soffocano.

Non é mica colpa delle reti sociali in sé, altro non sono che un gran bel bar virtuale, dove andiamo a farci l'aperitivo, tutti belli, truccati, depilati e benpensanti (con il pensiero-bene orientato alla nostra audience di amiconi).
La colpa è nostra perché stiamo troppo comodi. Ci basta così.
Noi. Io. Che terminerò di buttar giù questo flusso di pensieri e poi non resisterò e cliccherò su share.

Se da un lato abbiamo il dovere di andare avanti con la nostra esistenza, accada quel che accada, non lasciarci abbattere, né fregare, soprattutto per il bene che vogliamo ai nostri cari, dall'altro, questa nostra morte "in vita" dovrebbe costringerci a diventare pietre.

Minuscole pietre con l'animo di burro.

Piccole, da infilarsi e far scricchiolare gli ingranaggi dell'oggi, tanto più stupidamente e spaventosamente grandi di noi.
Tanto oliati che nessuno ormai li sente più macinare.

Una silenzioso e spettrale giostrone che mangia le coscienze.

Mentre benedico la mia vita, il mio vivere qui ed ora, vorrei farmi pietra e anche senza sapere come rompere la macchina, almeno vorrei che la avvertissimo muoversi sotto e tra di noi.

Lo dobbiamo alle stesse persone a cui dobbiamo il nostro andare avanti con una certa salubrità mentale, specie se queste persone non sono adulte e cercano in noi un esempio; se vogliamo dare loro speranza in un mondo in cui l'Umanità non muore così come fa ultimamente.

Il mondo non lo facciamo girare in un verso o nell'altro con i nostri like a pagine della Nestlè (cribbio!) e share di video terribili, dove l'umanità ancora rimasta negli altri è messa a nudo e resa merce.
Gira a seconda della banca dove scegliamo di depositare il nostro sudato salario (...sarà mica una "banca armata"?)
Dipende da quali imprese e governi scegliamo di premiare attraverso il nostro lavoro e le nostre abitudini di consumo. Da chi queste comprano e da chi e cosa dipendono energeticamente.

Alcuni spunti per pensarci un po' su.

L'Espresso - Finchè c'é guerra, ci sono affari (...)
L'Espresso - Assad, repressione con hi-tech italiano
Internazionale - Le aziende italiane in Etiopia fanno affari dove la popolazione è repressa
Il Sole 24 Ore - Affari d'oro (nero) tra Siria e Isis 
Repubblica - Armi, lo shopping nel mercato italiano dei paesi in guerra

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