Un anno fa ero in Italia. Arrivammo il 6.
(Ieri é arrivata mia zia, dopo 15 anni di assenza.
Di persona, ha conosciuto solo Dunia, anche se allora era avvolta in strati di pelle, muscolo, peritoneo, parete uterina, sacco e liquido amniotico.
Ora muoio dalla voglia di essere là e farle conoscere tutti quanti, senza gli inganni del telefonino, ma almeno lei, a differenza dei miei vegliardi, lo usa...)
Il 6 ottobre 2018 il mio papà, che non vuole o può più viaggiare, conobbe Alicina. Lo ricordo fuori dalla porta degli arrivi del Marconi, dopo il cartello "niente da dichiarare".
Iago che, a tratti, sospingeva o tirava la valigiona grigia, una per tutti, piccolo grande aiutante in quel Natale anticipato.
Nonostante un arrivo un po' piovoso, inaspettatamente trovammo una mezza stagione accogliente, quasi calda.
Le cimici si aggrappavano ovunque (tornando sempre quando fa troppo caldo, oppure troppo freddo, non le vedevo e non rabbrividivo così da 15 anni).
Alberi già di fuoco in zona GAD, anche se sotto era pieno pieno di farfalle nere rosse e bianche, neanche fosse stato maggio.
La meraviglia dei bimbi.
Alice ancora comoda nel marsupio.
I suoi primi veri passi di gattino, abbandonando finalmente l'andatura "commando", proprio sul pavimento freddo del quinto piano in viale della Costituzione.
La nonna aveva steso una trapunta per farla giocare al riparo dalle piastrelle, ma bisognava pur partire in esplorazione.
Alberi ancora verdi, a intonarsi con quel monopattino usato, tendente al piccolo, che i nonni regalarono per quei pochi giorni all'erede, collezionatore di ghiande, foglie e castagne matte del parco Massari, tante che chissà dove le ha imbucate poi il nonno Rossi.
Iago e le sue paure. Iago scavezzacollo, che all'Acquedotto si divertiva a scendere la rampa del centro per famiglie, con il suo pile grigio. I bimbi dell'Est che catturavano un piccione e io brrrrrrrrr di nuovo, di brutto anche.
Il seggiolone come quello di casa qui, dell'usato come il monopattino, su cui Alice ha mangiato di tutto, persino i cavoletti di Bruxelles intinti nell'olio all'aglio che io non riesco a fare così bene.
Il suo pigiamino bianco con le fatine e i bordi azzurro acqua.
Chissà a chi l'ho passato (del resto, anche quello era in seconda mano).
E chissà anche ora chi ci gioca con quel monopattino: i nonni lo hanno donato in beneficienza sotto le feste di Natale, ma inspiegabilmente hanno raccontato al nipote che é stato rubato dalla cantina.
Credo che l'avrebbe presa meglio se gli avessero detto la verità.
Nel mondo esistono più azioni buone di quelle cattive. Vorrei che questi tre crescessero con questa certezza, ma mi pare una roba difficilissima, a volte.
È vero però che in cantina qualche stronzo ci é entrato a rovistare; poi, al termine di quest'estate, anche l'acqua.
E chissà le mie foto, i miei disegni, i miei taccuini, se ancora ce ne sono. Probabilmente i miei andranno giù a vedere quel piccolo finimondo solo quando sarà ora di rimettere l'albero di Natale, e noi, altrettanto probabilmente, un'altra volta, non lo vedremo montato.
Il festival di Internazionale, visto da fuori, come con il naso appoggiato alla vetrina.
Il fine settimana seguente, Iago con la faccia pitturata da pirata, il ciondolino con il Patronus di Snape/Piton da portare a Dunia rimasta a Lisbona (la prima volta in Italia senza di lei). Tutte le nostre compere.
La sera la pizza, prima del ritorno. Vomitata sul lettone che "Aiaiaiaiai, trauma cranico da caduta?" Poi vomitata collettiva: "oh, virosi strapesa, cazzocomeloprendol'aereo?"
Le zie dei miei figli tutte, le mie sorelle, le sollevatrici delle mie ipocondrie, che manco Battiato.
Il loro tempo, per noi.
I loro bimbi, a giocare con i miei.
E anche gli zii, tutti visti troppo poco. Soprattutto lo zio di sangue.
Ma quel poco ce lo facciamo bastare, as usual.
E prima, quella gita a Porto Garibaldi infrasettimana.
Il fritto misto. Alice che non mangia un tubo. Solo la piadina. Ah, e la tetta. Vabbé.
Nemmeno Iago mangia un tubo. Vabbé.
Mangio io, tutto sto ben di dio.
Iago che finisce per farsi il bagno, attratto da tutti quei pesci.
La sua sorpresa ammirando la pianura. All'andata, perché al ritorno ha dormito di brutto...
Alice sulla spiaggia e poi tre minuti in marsupio con il nonno.
Il nonno che fa lezione di storia e racconta di Giuseppe e Anita.
Il nonno che si stringe un po' il petto quando ci accompagna all'areoporto e io, ansia e lacrime, sfogate al security check che così Gianni non mi poteva vedere, ma i bimbi sì. E l'addetta allo sportello che un po' mi consolava, un po' si commuoveva pure lei e mi spronava a tornare per le feste. Eggià, magari.
Ho cominciato con il passato remoto per arrivare al presente. Che é tutto talmente vivido che dire "sembra ieri" non ha senso.
Forse ricordo tutto proprio così intensamente perché fu un viaggio "a casa" in un periodo difficile da dissolvere negli altri, né estate, né inverno, che é quando di solito prendiamo l'aereo.
Con il trascorrere degli anni e delle vacanze a FE, la memoria a volte si confonde, il tempo diventa un cerchio, l'unico con cui riesco a danzare l'hula hoop, non fosse il crescere e il numero dei bimbi a dissipare la nebbia.
1.
1, 2.
1, 2, 3.
Ma anche Iago ricorda tutto. Un bimbo grande, con la sua scatola di colori, una di Lego, una di memorie sue.
Una strana vita, quella doppia e a doppio voltaggio delle matri come me, senza troppi amanti ma con troppe famiglie in troppi luoghi.

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