Wednesday, June 12, 2013

L'età del succedaneo


Una vita.
Tutto ordinatino, pronto alla compravendita. Aspettando che arrivi il cliente finale.
Stiamo tutti lì, come sullo scaffale di un supermercato.
A guardare i carrelli passare.

Un giorno arriva uno, ci prende e ci porta via.
Ci scarta, ci mangia e rimangono i resti (di noi, l’avevi capito?).
Magari li butta anche via.
Uno vale l’altro. Non esiste l’indispensabile.



Una vita.
Casina, macchinina, qualche attrezzo per il bricolage.
Tutto ordinatino, che sembra già comprato, anche se non è tuo.
Infatti tu non hai comprato un bel niente.

Ti è parso; sono loro che hanno comprato te, offrendoti soldi che non sono tuoi.
C’è scritto sull’estratto conto. C’è il meno davanti.

Ecco. Sto per chiudere gli occhi, il che non sarebbe male se non fossi qui, dove dovrei far soldi per conto terzi.

 Alla fine, l’unico lusso che ci possiamo prendere per dirci liberi è ripeterci che “stiamo lottando dall’interno”.

Dirlo sottovoce, come un mantra, per calmarci i nervi. A noi che vogliamo che i nostri figli siano liberi.
Rifiuto certe maglie e certe intese.

I moschini si accumulano sulla retina, ballano felici. Io un po’ meno. Urge dormire. 
Per rimanere vigili, urge scrivere.
Stasera, caro santo Antonio dei beóni, almeno una che mi porta a ballare l’ho trovata. La bellezza della mia vita.
Quella che mi accanisco a difendere dall’utilitario morire giorno per giorno e diventare come tutti gli altri.

Quella per cui mi convinco che la storia non si deve per forza ripetere.

E dall’ostinazione ferina arrivano le paturnie, seduta di notte con le orecchie tappate, per ignorarne i battiti e aspettare che sia abbastanza.

Tum tum. Tum tum.
Tutturumtrumtrum (alla cazzo).
Pillolina.
Ciao.

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