Una vita.
Tutto ordinatino,
pronto alla compravendita. Aspettando che arrivi il cliente finale. Stiamo tutti lì, come sullo scaffale di un supermercato.
A guardare i carrelli passare.
Un giorno arriva uno, ci prende e ci porta via.
Ci scarta, ci mangia e rimangono i resti (di noi, l’avevi capito?).
Magari li butta anche via.
Uno vale l’altro. Non esiste l’indispensabile.
Una vita.
Casina, macchinina,
qualche attrezzo per il bricolage.Tutto ordinatino, che sembra già comprato, anche se non è tuo.
Infatti tu non hai comprato un bel niente.
Ti è parso; sono
loro che hanno comprato te, offrendoti soldi che non sono tuoi.
C’è scritto sull’estratto
conto. C’è il meno davanti.
Ecco. Sto per
chiudere gli occhi, il che non sarebbe male se non fossi qui, dove dovrei far
soldi per conto terzi.
Dirlo sottovoce, come
un mantra, per calmarci i nervi. A noi che vogliamo che i nostri figli siano
liberi.
Rifiuto certe
maglie e certe intese.
I moschini si
accumulano sulla retina, ballano felici. Io un po’ meno. Urge dormire.
Per rimanere vigili, urge scrivere.
Per rimanere vigili, urge scrivere.
Quella che mi accanisco a difendere dall’utilitario morire giorno per giorno e diventare come tutti gli altri.
Quella per cui mi
convinco che la storia non si deve per forza ripetere.
E dall’ostinazione
ferina arrivano le paturnie, seduta di notte con le orecchie tappate, per
ignorarne i battiti e aspettare che sia abbastanza.
Tum tum. Tum tum.
Tutturumtrumtrum
(alla cazzo).Pillolina.
Ciao.

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