E così, ieri pomeriggio, gli ho tagliato la petta (aka o rabicho). Mentre gli tagliavo il resto della zazzera, mi ha ripetuto che non lo voleva più, difficile età del confronto con le pressioni sociali esterne alla famiglia.
Dúnia, con la stessa età, si è voluta fare i buchi nelle orecchie (volontà concessa). Si voleva anche battezzare (desiderio procrastinato a "è una decisione molto importante, che potrai prendere quando sarai più grande e avremo studiato un po'", plausibilmente, oggi posso dirlo, rimandato al giorno di San Mai). Noi genitori dobbiamo imparare a lasciarli decidere liberi, anche di smettere di essere diversi. Non sono nostri, questi figli. Sono frecce che partono da noi, archi, come diceva "Il Profeta" di Gibran.
E se resistono meglio al nostro "ma sei così bello e unico", alla nostra, per quanto innocente, pressione, rispetto a quella di amici e maestre, è anche perché sanno, nel profondo, che noi li amiamo incondizionatamente e per sempre. A loro basta essere unici *per noi*.
Pochi giorni fa me lo ha anche urlato: "non è vero che vendi le mie dita in macelleria per fare il brodo se mi comporto male, perché TU MI AMI".
Per quanto mi impegni abbastanza nel bad parenting, non riesco ad essere credibile in quei ricatti morali del cavolo, che ogni tanto, hanno la meglio sulla madre che vorrei essere...
Però che "dói-dói" questo taglio, più pesante di questo che mi sono fatta oggi nel mignolo, che non smetteva più di sanguinare. Ieri ho anche pianto un po', di nascosto, come quando mangio la cioccolata a ufo.
Oggi no, sono solo andata in farmacia a farmi medicare che avevo finito i cerotti taglia Jumbo.
(Ah, ovviamente il codino l'ho conservato, in una busta con la data. In requiem.)

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