Monday, September 2, 2019

Insolitamente cacca.

Ora che siamo in macchina e i minori dormono, ve lo racconto.
Per il mio compleanno sono successe un paio di cose insolite.
Oltre alle meritate coccole e ai regali dei miei piccoli e agli auguri di famiglia e amici; oltre alla routine di un dì un po’ più festoso degli altri, comunque trascorso tra altri giorni di ferie campeggianti, mare Oceano e ristorante vistabella.


Io, il bagno, in queste acque gelide, lo faccio davvero soltanto in occasioni speciali.
Durante il pomeriggio mi è toccato di farlo, con Dúnia che mi esortava a entrare nell’acqua gelata del rio Seixe, dove si mescola nell’oceano. Perché “mamma, puzzi.”


Puzzavo di merda. O più carinamente, di popò, cocó di Alice.
L’avevo presa sulle spalle per tornare agli ombrelloni, senza accorgermi del ripieno color cacca di bimbo del suo costumino rosso.
Poco prima di questa esplosione di cacca sulla mia coppa d’estate, mi stavo domandando il perché di tanti colpi fuori dal cerchio. Perché il fiato corto. Ci stavo arrivando.


Sentivo l'inutilità dei miei gesti. La goccia nel mare. Nel mare di merda.


Quando andiamo a fare due passi sulla battigia cerco sempre di raccattare quanto più schifo posso. Soprattutto plastica.
Dico ai bimbi che “andiamo a giocare a salvare il pianeta”. E lo dico perché anche se giocare è una cosa seria e il gioco non può mancare mai se hai dei bimbi, salvare il pianeta così ha un ché di farsa. Non posso mentire a me stessa, nel giorno del mio 39simo compleanno, figuriamoci. Ormai sono grandina per dirmi le bugie.


E mentre vedevo che, nonostante tutti i tappini, bastoncini di plastica, mozziconi, carte, pezzi di plastica random, agglomerati più o meno piccoli di polistirolo che stavamo tirando su dal contorno dell'onda di alta marea, su una spiaggia comunque relativamente pulita rispetto ad altre, rimaneva una neve minuta, una linea da unire fatta di puntini, pure di polistirolo, impossibile da raccogliere per noi, in quel momento. Uomini e donne, seduti indifferenti tra tappi di flaconi di colla usata chissà dove, chissà quando.


Mi atterriva, mi soffocava. Ecco cosa mi stava prendendo male.


E poi quel giovincello. La ciliegina.
Avevamo il retino già quasi pieno e Dunia ne stava togliendo l’eccesso di sabbia, esponendolo alla corrente. L’avevamo già fatta tutta la spiaggia, da sud a nord. Anche il secchiello con i sassolini iniziava a pesare.


Barbetta con velleità hipster, è venuto a chiedermi perché lo facevo. “Per dare l’esempio, eh? Lo fa per loro e con loro?” Si congratulava, sorrideva, lodava, gesticolava a mani giunte (anche se all’inizio era effettivamente rimasto basito nel vedermi fare un montino di ricevute, una di Huelva, ed etichette, una di Celio, ricordo; non aveva capito cosa stessi facendo finché non mi ha visto dare indicazioni ai ciroli). “Brava!”


Che cazzo, potevo fare?
Desideravo una paletta, per seppellire quella stupida me che non sapeva fare altro che sorridere forzatamente e accennare con la testa.
Avrei potuto dirgli di darci una mano, invece se n'è tornato a sedere il suo giovane culo, di fianco a quello della giovane morosa. Grande esempio del cazzo. Volevo piangere. Vabbè, però almeno mi ha ringraziato per quello che faccio. Altro insolito.
E grazie al cazzo.
Poi, appunto, ho preso Alice sulle spalle e quella puzza mi ha riportato al qui e all’ora. E ho smesso per un attimo di pensare ai cazzo di 12 anni che abbiamo per “salvare il pianeta”.


Meno male che c’è anche la merda color cacca di bimbo.
Mi sono sentita subito abbastanza meglio.
Anche se ste cose le scrivo non esattamente con lo stesso scopo. 
Non me ne vogliate.


Palloncino in decomposizione, rubato dal fondo del mare.

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