Tuesday, March 27, 2007

Penetrazioni ferroviarie


Il treno che mi trasla di solito dalla periferia al centro, in modalità A/R, ha le finestre opache.

Al momento della costruzione, sul lato
esterno dei vetri é stata posta una pellicola che lascia passare la
luce, ma non permette di vedere cosa sta fuori, per dove stiamo
passando, specialmente quando il sole é basso. Alcuni
finestrini fanno eccezione: qualcuno o qualcosa ha strappato o leso
parti del velo sugli occhi. Un velo di Maia, che quasi non permette a
nessuno di imbizzarrirsi. Fà di di noi cavalli amorfi, senza ricordi da
elaborare attraverso il paesaggio, comunque grigio, nell'urbe liminare.
Penetrazioni ferroviarie in una vagina non ancora adulta, ma invecchiata
precocemente da troppi parti di animalità postmoderne.
Bisogna chiudere gli occhi e concentrarsi per girare la pagina della
giornata trascorsa, decidere di andare avanti, o indetro. Un
concentrarsi necessario per sentirsi vivi anche se furibondi.

Ma oggi la buona notizia sono io, in prima pagina di un giornale senza prezzo, sotto i 4 anni di guerra in Iraq. Incredibile ma vero. Essere un po' il sole e la buona nuova.

Friday, March 23, 2007

tutti uguali davanti alla frontiera

Aspetto cenando da sola le mie lenticchie rosse, sbucciate, con il riso, le spezie, la zucca, il porro e l'aglio. Aspetto, cenando da sola, l'ora di cena quando saremo due a tavola. E io lo guarderò mangiare da dietro il computer. Sono le 11 e mezza passate. La 2 sta passando Lisboetas, documentario su genti d'altrove venute a Lisbona.

Odio tutto di questo documentario, che forse avrei plaudito ai tempi del cine Lumiéré di via Pietralata. Non svolazzavo piú per Bologna quando l'hanno trasferito dalla regia regione del Pratello.

Ma, ORA, odio questo documentario. Vite di gente dagli occhi languidi, nostalgici, ma sicuramente incapaci di contenere la saudade da alma portuguesa. Poveri in soldi e documenti; analfabeti del neolatino che dicono una palavra di ogni nazione, dalle alpi triestine all'oceano, azzeccandoci più spesso quando la sorte li ha fatti nascere tra il Danubio e il Mar Nero.

Odio questo documentario, queste immagini pietose di madonne d'avorio, composte nelle loro maternità silenziose, di uomini che si sforzano per uscire dal'incomunicabilità. Il microfono ne cerca la voce distorta dall'impegno. Che bravi sono a provarci! (Che imbecilli sono, non ci riusciranno mai a parlare come noi.)

L'occhio della camera ne cerca la miserabilità, la colonna sonora la aumenta fino a farmi desiderare di vomitare le mie lenticchie. Io sono come loro. Parliamo male ma parliamo tante più lingue di voi, maledetti registi. Non siamo contenti, ma siamo più coraggiosi di voi, che ve ne state fermi lì, davanti e dentro lo schermo, a giudicarci. A vendere i nostri sogni, abortire le vostre buone idee e i vostri amori.

Lo sento io, con le mie stelline del trattato di Roma nel portafoglio. Figurati chi, anche se viene dalla Polonia continua a sentirsi dare del clandestino. Manco fosse un offesa. Figurati chi, qui, non arriverà mai.

Comments:

Re: tutti uguali davanti alla frontiera

ciao anita!!
l'importante è che dappertutto ti vogliono benissimo ;) come noi qui a casa base.
anarcoelogo | 27/03/2007, 17:47

Re: tutti uguali davanti alla frontiera

Tutti uguali sempre!!
Ma si fatica molto a ricordarlo...
meija | 26/03/2007, 15:56

Tuesday, March 13, 2007

Una giornata nel mondo

"Scrivere una storia intitolata Una giornata nel mondo. E così descrivere:

come sorga il sole sul Tibet, sul Sahara, su Firenze e su Lima;

come si sveglino i bambini, come si sveglino le donne, come si sveglino gli operai;

come si spanda l'odore del caffé, del té, delle uova strapazzate, del sangue di una gallina appena sgozzata, della kasava;

come vadano al lavoro i contadini;

come si mettano in moto i treni, i carri armati;

come le donne in riva al fiume comincino a fare il bucato;

poi il meriggio, la vita che si ferma (ai Tropici, nel Ciad, nel Mali, nel deserto di Atacama, dei Gobi, del Karakum, ecc.);

come si scolpisca il legno, si modelli l'argilla, si scalpelli la pietra, si martelli il metallo, si sfaccetti il diamante;

come si pesti la manioca, si sarchino le patate, si manovri la mane e si piloti l'aereo;

come ovunque risuoni qualche macchinario;

poi il cessare dell'opera, il ritorno dal lavoro;

come si avvicini il crepuscolo;

la sera;

come si accendano i focolai, le luci alle finestre, i lampioni e i neon, l'addome delle lucciole, gli occhi del serpente boa;

come arda la savana, come ardano villaggi e città dopo un'incursione;

come a Cernobyl si aprano le porte dell'inferno;

come ci mettiamo a cena, come guardiamo la tv, come un bimbetto voglia (o non voglia) dormire;

ma come, prima o poi ogni cosa finisca per scivolare nel sonno;

prima però l'accostarsi dei corpi, come lo si senta;

e poi i sussurri, le voci, i richiami, le grida (tutta una torre di Babele di linguaggi, di intonazioni, di suoni, di sonorità, di scongiuri, di bemolle e diesis);

il lento ingresso nel buio della notte;

l'entrare nel tormento dell'insonnia, nelle visioni, negli incubi, oppure in un sonoro russare, nell'oblio, nei sogni;

come la terra sprofondi nel nulla e come, dopo poche ore, con l'alba, ne riemerga."

Ryszard Kapuscinski - 9 agosto 1995 - Lapidarium

tutte le volte che leggo questo pezzo muoio dalla voglia di andare, ma anche di restare a fantasticare, aspettare la notte, nello stesso identico posto, fino alla prossima estate, quando le cicale canteranno ancora.

Comments:

Re: Una giornata nel mondo

lo so Silvia, me lo ricordo come ieri e come oggi. ho preso le ferie per quando la mia formichina che non risparmia amore per me mi viene a trovare...:)
anita | 20/03/2007, 18:06

Re: Una giornata nel mondo

quando sei partita mi hai regalato un foglio, che avevi in camera tua a fe, mentre ti aiutavo a fare quella immensa valigia. sul foglio c'erano queste parole che adesso sono appese sopra il mio letto.
silvia | 16/03/2007, 11:55

...aiglatson

Mi ero abituata alla tua mancanza, ma ora non riesco a pensare che tu non sia qui.

un film che per lui é quasi una fiaba, mi trascina a fare per Dunia una zuppa di lacrime e patate...

Niente.

Monday, March 5, 2007

al telefono con il nemico - CALL CENTRU ATTO III

Chi lavora per il nemico ha una voce normale, normalmente simpatica o altrettanto normalmente stupida; una voce che fa domande e non ascolta, che urla e chiede di urlare per coprire il lavorio di fondo: delle macchine, delle musichette a 12 toni. Di altre voci che continuano a urlare. 8 ore: risponde la piccola Nestlé della Valtellina, la FAO "may I help you?", la Compagnia delle Pelli in via Lega Lombarda, la Ferrari di Maranello, il negozietto che paga il pizzo, il signor Esposito e Brambilla che mi mandano affanculo appena metto giù. Caserma Ederle, American Police, via della Pace, Vicenza...La US Navy Station di Catania non risponde, morti tutti?

"State per essere collegati".

Risponde l'interno desiderato. Risponde il fax con un fischio altissimo. "Risponde la segreteria telefonica, lasciate un messaggio dopo che il segnale acustico vi romperà i timpani, maledetti adetti di call center con le cuffiette incollate alla testa!".

Rispondono i magazzinieri Filippo, Andrea, Alessandro, Luca, Francesco, Gianluca che "se vieni tu, puoi venire anche con l'aereo che per te c'é spazio", "ma vieni qui in Sardegna che c'é il sole, ti ospito io, che stai a fare lì Milano!". "Chiami da Milano? Ciuccia-Nebbiaaa!"...non avrei mai pensato che un capo macellaio potesse farmi ridere fino alle lacrime come già non mi succedeva da tempo...

Come se chiamassi veramente dall'Italia. Istruzioni per la menzogna telefonica.

Tutti soli, a lavorare per i nemici. Io pure: "Salve, sono Anna, chiamo da parte del nemico, vorrei parlare con la persona che si occupa dei nostri prodotti..." Possiamo anche venderci per vivere, ma almeno pagateci per quel che perdiamo.