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Tuesday, April 5, 2022

Bucha - o del "mai più"

Quando abbiamo studiato la Storia ci hanno detto "mai più".
Una delle più grande menzogne. È continuato ad accadere, ovunque.
Abbiamo chiuso gli occhi, perché gli Altri erano altri, per i più. Forse nemmeno quello.
Ora però, per varie dinamiche e ragioni, come in Arancia Meccanica (vide foto), siamo obbligati a guardare.
E dopo questo guardare, la scappatoia é gridare alla menzogna.
Negare, almeno un po', o comunque mettere a tacere, é l'unica possibilità per molti, di continuare a produrre, consumare e crepare come prima.
Per chi invece negare non é possibile, non c'è alcuna soluzione, non c'è via.

Wednesday, May 15, 2019

Lo specchio di ieri

Ieri sono stata nella casa dove Dúnia è stata bebè. Quel luogo che avevo lasciato, pensavo per sempre, che la mia primogenita era solo di un anno più grande di quanto è Alice ora.

Che effetto quella casa.
Che effetto vederci camminare, nella sua incerta sicurezza, questa bimba piccola nella foto, che qui spia il fratello mentre fa la cacca, nel piccolo bagno un tempo in disuso.


Che effetto quei piedini su quelle piastrelle, che ho liso a forza di andirivieni nel corridoio, la notte, cantando con Dúnia in braccio per farla addormentare, quando mi avevano convinto che le mie tette non andavano bene e non sapevano fare le magie che invece hanno imparato da quando è arrivato Iago.

Che effetto vedermi nello specchio, lo stesso che ho usato ogni giorno, fino a 11 anni e 2 figli fa.
Quando ci guardiamo, tutti i giorni, nello stesso riquadro, quasi non riusciamo a vederci invecchiare. Se invece torniamo a osservarci in uno specchio antico, non abbiamo mica bisogno di avvicinarci per notare le rughe. Sebbene abbia perso tutti i kg delle ultime due gravidanze, quella forma a pera di una donna più matura mi è saltata subito alla vista, come se su quello specchio ci fosse stata incisa una sagoma di una me differente e meno gobba e dolorante.

Non mi rammarico di nulla.
Vorrei solo che quelle due mamme che ho visto ieri nello specchio, così diverse per esperienze e desideri, si sedessero un attimo a scambiarsi punti di vista e a lasciarsi andare un po'.

Friday, October 12, 2018

se divento statua

- Quando ficares estátua para sempre eu vou chorar muito. - disse, secando as lágrimas, antes de deixar o sono chegar.
- Não penses nisso, amore, vai ser só daqui a muito tempo, quando eu for muito velhinha.
- Não, também se fores muito velhinha, vou chorar muito. Tu nunca podes ficar estátua.
- Ok. Estátua não vou ficar. 
Um bocadinho, literalmente, não disse uma mentira. Só por ele ser tão poeta. 

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- Quando diventerai statua per sempre io piangerò molto. - disse, asciugandosi le lacrime, prima di lasciare arrivare il sonno.
- Non ci pensare, amore, sarà solo tra tanto tanto tempo, quando io sarò molto vecchietta.
- No, anche se sarai molto vecchietta, io piangerò molto. Tu non potrai mai diventare una statua.
- Ok. Statua non diventerò.
Un po', letteralmente, non ho detto una bugia. Solo perché lui é tanto poeta.

Friday, October 13, 2017

Ciccioli di Catalunya

Erano le 5 e volevo tornare a dormire. C'ero quasi. Ed ecco che si presenta Puidgemont con il suo numerino, al banco della "Salumeria da Mariano". Dice che vuole un kg di ciccioli, ma intanto che dice di volerli non sembra del tutto convinto《uhmmm. Espera. Suspendo i ciccioli.》
Mariano lo guarda con una faccia un po' così e gli risponde: 《ok che per farli ne ho fatta battere tanta di carne, tutto freschissimo, ma sei sicuro di volerne tanti? Guarda che un kg di ciccioli es mucho! Ma un frigo grande lo tienes? Dimmi tu eh, se li chiedi o non li chiedi.》

Poi fortunatamente il sogno del dormiveglia si è interrotto e sono tornata ai soliti piccoli incubi dal profilo politico molto basso.

Thursday, April 6, 2017

Umanità.

Non ce la faccio a cliccare sui link per aprire quei video.
Mi é bastato leggere l'articolo succinto dell'Ansa, per piangere.
Mi viene il vomito a leggere solo quei titoli "watch syrian dad mourning his kids..." o cose del genere, ritagliati su misura per l'emozione facile della donna media.
Siamo oltre la spettacolarizzazione morbosa.

I portavoce dell'Unicef e di altre varie ONG ci dicono che l'umanità é morta a Idlib.
Ma Umanità é divenuto un concetto troppo vago e informe. L'uomo ne ha forse davvero trovato il significato e respirato l'essenza alcune volte nella sua storia, ma ci é tutto fuggito di mano di nuovo ormai da tempo.
Così, dentro, siamo un po' morti tutti quanti.

Non c'è bisogno di andare fino in Siria, né di fare scuba diving tra i relitti del Mediterraneo.
Non c'é bisogno di scomodarsi, aprire la porta ed uscire, per trovare il cadavere.
L'umanità ci muore dentro. Succede tutte le volte che accettiamo di continuare una conversazione pacifica con qualcuno che sostiene che non c'entriamo, che possono e devono restare a casa loro, che tanto quello é un covo di fondamentalisti.

Muore dietro schermi ultrapiccoli e ultrapiatti, su cui strisciamo i pollici come se, dal loro movimento, dipendesse effettivamente la vita di qualcuno, lontano o vicino che sia. Ci è piaciuto credere che la nostra socialità mediale potesse contare qualcosa, che il nostro sdegno espresso a forza di faccine incazzate e cancelletti potesse veramente dare una direzione al mondo.
Era comodo crederlo.

Il potere é ben diverso, il potere pigia sui bottoni rossi, mica clicca sui link per condividere video di bimbi che soffocano.

Non é mica colpa delle reti sociali in sé, altro non sono che un gran bel bar virtuale, dove andiamo a farci l'aperitivo, tutti belli, truccati, depilati e benpensanti (con il pensiero-bene orientato alla nostra audience di amiconi).
La colpa è nostra perché stiamo troppo comodi. Ci basta così.
Noi. Io. Che terminerò di buttar giù questo flusso di pensieri e poi non resisterò e cliccherò su share.

Se da un lato abbiamo il dovere di andare avanti con la nostra esistenza, accada quel che accada, non lasciarci abbattere, né fregare, soprattutto per il bene che vogliamo ai nostri cari, dall'altro, questa nostra morte "in vita" dovrebbe costringerci a diventare pietre.

Minuscole pietre con l'animo di burro.

Piccole, da infilarsi e far scricchiolare gli ingranaggi dell'oggi, tanto più stupidamente e spaventosamente grandi di noi.
Tanto oliati che nessuno ormai li sente più macinare.

Una silenzioso e spettrale giostrone che mangia le coscienze.

Mentre benedico la mia vita, il mio vivere qui ed ora, vorrei farmi pietra e anche senza sapere come rompere la macchina, almeno vorrei che la avvertissimo muoversi sotto e tra di noi.

Lo dobbiamo alle stesse persone a cui dobbiamo il nostro andare avanti con una certa salubrità mentale, specie se queste persone non sono adulte e cercano in noi un esempio; se vogliamo dare loro speranza in un mondo in cui l'Umanità non muore così come fa ultimamente.

Il mondo non lo facciamo girare in un verso o nell'altro con i nostri like a pagine della Nestlè (cribbio!) e share di video terribili, dove l'umanità ancora rimasta negli altri è messa a nudo e resa merce.
Gira a seconda della banca dove scegliamo di depositare il nostro sudato salario (...sarà mica una "banca armata"?)
Dipende da quali imprese e governi scegliamo di premiare attraverso il nostro lavoro e le nostre abitudini di consumo. Da chi queste comprano e da chi e cosa dipendono energeticamente.

Alcuni spunti per pensarci un po' su.

L'Espresso - Finchè c'é guerra, ci sono affari (...)
L'Espresso - Assad, repressione con hi-tech italiano
Internazionale - Le aziende italiane in Etiopia fanno affari dove la popolazione è repressa
Il Sole 24 Ore - Affari d'oro (nero) tra Siria e Isis 
Repubblica - Armi, lo shopping nel mercato italiano dei paesi in guerra

Monday, April 20, 2015

13. Fortune.

Credo che tu sia fortunato.
Ma come faccio a dirlo oggi, che hai 1 anno e un 1 mese?
Poco. Tanto. Ormai non sei più solo mio.
Cammini, vai a scuola, ti piace lo scivolo e fare le marachelle.

Non sogno per voi due, piccini, altro che la felicità.
Che la vita non cambi il tuo cuore generoso di bimbo avventuroso.
Che tu la sappia cogliere sempre con gli stessi occhi vispi e dolci.
Spero di non fare altri danni, di non rovinarvi troppo, a te e alla Du.

Certo che sei fortunato.
Sei nato qui. Siete due bimbi bianchi.
Che tu cresca astronauta, disoccupato, operaio, gay, superuomo o pirata pacifista.
Non mi importa. La vostra felicità é talmente grande da bastarmi.

Poi penso a quei bimbi chiusi in una nave chiusa sotto le onde.
In tante navi ribaltatesi sotto, nel mare.
Deboli cuori di mamme.
Ecco. Non so più se tu sia fortunato.
Sei nato ora, che di umanità di che rallegrarsi ce n'é troppo poca.

Saturday, June 22, 2013

Tandem onirici. 

La mattina eccoti invece sul monociclo, a riflettere sul perché di quei sogni monorotaia.

Dal tanto pensare, son caduti anche i birilli. Catrapúm.

Ma lo spettacolo deve continuare.
Rialzati, riprendi i cazzo di birilli, pedala. Sorridi.

Avanti.
A sognare quel tandem che va sempre a parare in quel campetto aperto, tra le montagne e l'oceano, ci sei solo tu.

Pedala.
 

Wednesday, June 12, 2013

L'età del succedaneo


Una vita.
Tutto ordinatino, pronto alla compravendita. Aspettando che arrivi il cliente finale.
Stiamo tutti lì, come sullo scaffale di un supermercato.
A guardare i carrelli passare.

Un giorno arriva uno, ci prende e ci porta via.
Ci scarta, ci mangia e rimangono i resti (di noi, l’avevi capito?).
Magari li butta anche via.
Uno vale l’altro. Non esiste l’indispensabile.



Una vita.
Casina, macchinina, qualche attrezzo per il bricolage.
Tutto ordinatino, che sembra già comprato, anche se non è tuo.
Infatti tu non hai comprato un bel niente.

Ti è parso; sono loro che hanno comprato te, offrendoti soldi che non sono tuoi.
C’è scritto sull’estratto conto. C’è il meno davanti.

Ecco. Sto per chiudere gli occhi, il che non sarebbe male se non fossi qui, dove dovrei far soldi per conto terzi.

 Alla fine, l’unico lusso che ci possiamo prendere per dirci liberi è ripeterci che “stiamo lottando dall’interno”.

Dirlo sottovoce, come un mantra, per calmarci i nervi. A noi che vogliamo che i nostri figli siano liberi.
Rifiuto certe maglie e certe intese.

I moschini si accumulano sulla retina, ballano felici. Io un po’ meno. Urge dormire. 
Per rimanere vigili, urge scrivere.
Stasera, caro santo Antonio dei beóni, almeno una che mi porta a ballare l’ho trovata. La bellezza della mia vita.
Quella che mi accanisco a difendere dall’utilitario morire giorno per giorno e diventare come tutti gli altri.

Quella per cui mi convinco che la storia non si deve per forza ripetere.

E dall’ostinazione ferina arrivano le paturnie, seduta di notte con le orecchie tappate, per ignorarne i battiti e aspettare che sia abbastanza.

Tum tum. Tum tum.
Tutturumtrumtrum (alla cazzo).
Pillolina.
Ciao.

Friday, August 27, 2010

Wendy vuole cambiare stanza

"Peter Pan è una specie di genietto dei bambini, incaricato di farli divertire fino a che essi non diventano grandi. [...] Peter si accorse di aver perso la sua ombra. [...] Non fu facile per Peter riacchiappare la propria ombra, ma infine ci riuscì, non senza aver svegliato, nel trambusto, Wendy, che gliela ricucì al corpo [...] Più di tutti era contenta Wendy, perché se egli fosse venuto la sera dopo non lo avrebbe visto, dovendo cambiar stanza e diventare grande.
- Diventar grande? - trasalì Peter che non poteva udir peggiori parole perché poteva giocare solo con i bambini. - Ti prego, rimani bambina!
- E come è possibile - chiese Wendy stupita.
- Venendo con me all'Isolachenoncè, dove nessuno può crescere.
- Oh, Peter! - esclamò Wendy, entusiasta di quella proposta. - Sono tanto felice che vorrei darti un bacio!"

da Peter Pan, ed. Arnoldo Mondadori Editore - Disney, 1983

Wednesday, July 8, 2009

sul fondo

Come la bella prima di cadere addormentata, mi sono punta il dito cercando una penna nella borsetta, incontrandovi prima una spilla aperta.
Annuso le lenzuola che sanno di lavato, di acqua profumata messa a seccare penzolando su un cortile ventoso e assolato.

La penna non scrive, frugo nella mia casa di pastelli, di colori con la punta grossa di feltro. Trovata.
Torno prona a inspirare quel biancore giallino. Un piede sotto il ginocchio, riesco a continuare la mia sfida contro un nuovo libro che vuole essere aperto e letto.
Stand by.
Di solito i più grossi son quelli che termino prima. Si può vedere dalle orecchie nelle pagine: quasi non ci sono.

Le mie lettere scrosciano fuori dalla penna, volano ad un'altezza di due mm sulle righe che le guidano. Tipico dei sognatori ad occhi aperti, degli svaniti, degli sbadati, degli sbandati, di chi sta in altre bande, in altri luoghi, con la testa o l'anima.

Riporto le lettere a rincorrersi affannate sulla riga, diligenti. Non sono il tipo. Non dovrei.
Avessi il mio PiccoloComputer, il lettore non sarebbe rimasto impantanato con seghe grafologiche.

Non voglio inziare un nuovo libro, perché ci sono libri e libri. Quelli che si leggono per addormentarsi, pieni di numeri, fatti, date, idee, o per addormentare, con orchi, streghe, draghi, fate.

Gli altri, quelli che si leggono per tenersi svegli o per svegliarsi. O per passare da un sogno, un'incubo, o una mera ricorrenza onirica, con o senza sonno, ad un'altro.
Interrompono il flusso, il fiume che discorre, gettano una pietra del loro volume sul letto del torrente. I pesci cambiano percorso, l'acqua cammina con bolle diverse.
Quei libri lì fan passar la voglia di scriver perché pare che non ci sia più niente da aggiungere. Dicono della vita quando arriva, dell'amore nelle sue infinite partenze, del pane quotidiano, delle occasioni perse, delle esistenze prese. Al volo o in volo. Di quei libri lì ne ho appena finito uno che mi invade ancora, mentre all'inizio avevo paura che mi volesse far male.

***

Ieri ho ritrovato nell'agenda una frase di Sara (della mia Sara), che mi ha lasciato perché sa che sono cose che adoro ritrovare, come i post-it nei vocabolari.
Diceva delle mie poche rughe e dell'amore della mia vita.
Oggi all'asilo lei smangiucchiava ancora la sua merenda, quando sono arrivata per la riunione con l'educatrice per ricevere l'excelente pagella di fine anno e tutti i disegni degli ultimi 10 mesi.
La guardavo in mezzo agli altri, più cresciuti, lei, con quello yogurt con i pezzettoni di fragola che in casa non mangerebbe mai nemmeno per sogno ma all'asilo, no, si comporta benissimo. Ha cominciato a guardarmi fisso, a passarmi la mano sul volto. Le sue ditina, le unghiette hanno calcato l'orlo delle guance, dal fianco della narice al canto della bocca. Poi sulla fronte, orrizontalmente. «Mamá, tens uma linha aqui» (Mamma, hai una linea qui).
Le mie rughe, l'amore della mia vita. Le mie occasioni PRESE.

Cresco, non ammaino la vela, c'é troppo vento. Ma chissenefrega. L'ancora è troppo grande per lasciarmi portar via.

Wednesday, June 10, 2009

Corintia, mio amore

"Corintia meu amor", dicevo nel sonno senza saperlo.

Adesso scopro che esiste una canzone: "Corintia (meu amor é o timão)".
Romina, que viveu no Brasil, dice che é l'inno di una squadra di São Paulo (il Corinthias, soprannominato "il timone" - o timão), che ha pure vinto il campionato.

Forse non sognavo della Grecia e dei suoi capitelli, né di biscotti con l'uva passa.
Forse ho solo sentito sta canzone, ma non saprei dire dove, forse dai brasiliani casinari che abitano davanti a casa mia, ma leggo il testo e non mi suona.
Magari sono proprio una Caotica che vuole uscire dal suo corpo e nella sua vita precendente era una moça da torcida.
L'autore é morto nell'82.

Forse ho solo letto queste parole intanto che cercavo qualcosa...e mi rendo conto che l'autore é lo stesso di "Trem das onze" (1964) e allora mi tranquillizzo e rinuncio al Caos a breve termine, perché quella canzone l'ho citata e cercata...era lì sul google quella frase, forse, ma non c'é ora. Boh.

Poi i ricercatori che hanno i soldi per la ricerca dicono che sognando si fanno dei legami craeativi tra le cose che abbiamo in testa.

Romina se la ride e dice..."Mah, secondo me ti vedi con mio marito!"