Tuesday, October 8, 2019

una specie di vacanza come le altre, tipo.

Un anno fa ero in Italia. Arrivammo il 6.

(Ieri é arrivata mia zia, dopo 15 anni di assenza.
Di persona, ha conosciuto solo Dunia, anche se allora era avvolta in strati di pelle, muscolo, peritoneo, parete uterina, sacco e liquido amniotico.
Ora muoio dalla voglia di essere là e farle conoscere tutti quanti, senza gli inganni del telefonino, ma almeno lei, a differenza dei miei vegliardi, lo usa...)

Il 6 ottobre 2018 il mio papà, che non vuole o può più viaggiare, conobbe Alicina. Lo ricordo fuori dalla porta degli arrivi del Marconi, dopo il cartello "niente da dichiarare".
Iago che, a tratti, sospingeva o tirava la valigiona grigia, una per tutti, piccolo grande aiutante in quel Natale anticipato.

Nonostante un arrivo un po' piovoso, inaspettatamente trovammo una mezza stagione accogliente, quasi calda.
Le cimici si aggrappavano ovunque (tornando sempre quando fa troppo caldo, oppure troppo freddo, non le vedevo e non rabbrividivo così da 15 anni).

Alberi già di fuoco in zona GAD, anche se sotto era pieno pieno di farfalle nere rosse e bianche, neanche fosse stato maggio.
La meraviglia dei bimbi.
Alice ancora comoda nel marsupio.
I suoi primi veri passi di gattino, abbandonando finalmente l'andatura "commando", proprio sul pavimento freddo del quinto piano in viale della Costituzione.
La nonna aveva steso una trapunta per farla giocare al riparo dalle piastrelle, ma bisognava pur partire in esplorazione.

Alberi ancora verdi, a intonarsi con quel monopattino usato, tendente al piccolo, che i nonni regalarono per quei pochi giorni all'erede, collezionatore di ghiande, foglie e castagne matte del parco Massari, tante che chissà dove le ha imbucate poi il nonno Rossi.
Iago e le sue paure. Iago scavezzacollo, che all'Acquedotto si divertiva a scendere la rampa del centro per famiglie, con il suo pile grigio. I bimbi dell'Est che catturavano un piccione e io brrrrrrrrr di nuovo, di brutto anche.

Il seggiolone come quello di casa qui, dell'usato come il monopattino, su cui Alice ha mangiato di tutto, persino i cavoletti di Bruxelles intinti nell'olio all'aglio che io non riesco a fare così bene.
Il suo pigiamino bianco con le fatine e i bordi azzurro acqua.
Chissà a chi l'ho passato (del resto, anche quello era in seconda mano).
E chissà anche ora chi ci gioca con quel monopattino: i nonni lo hanno donato in beneficienza sotto le feste di Natale, ma inspiegabilmente hanno raccontato al nipote che é stato rubato dalla cantina.
Credo che l'avrebbe presa meglio se gli avessero detto la verità.
Nel mondo esistono più azioni buone di quelle cattive. Vorrei che questi tre crescessero con questa certezza, ma mi pare una roba difficilissima, a volte.

È vero però che in cantina qualche stronzo ci é entrato a rovistare; poi, al termine di quest'estate, anche l'acqua.
E chissà le mie foto, i miei disegni, i miei taccuini, se ancora ce ne sono. Probabilmente i miei andranno giù a vedere quel piccolo finimondo solo quando sarà ora di rimettere l'albero di Natale, e noi, altrettanto probabilmente, un'altra volta, non lo vedremo montato.

Il festival di Internazionale, visto da fuori, come con il naso appoggiato alla vetrina.
Il fine settimana seguente, Iago con la faccia pitturata da pirata, il ciondolino con il Patronus di Snape/Piton da portare a Dunia rimasta a Lisbona (la prima volta in Italia senza di lei). Tutte le nostre compere.
La sera la pizza, prima del ritorno. Vomitata sul lettone che "Aiaiaiaiai, trauma cranico da caduta?" Poi vomitata collettiva: "oh, virosi strapesa, cazzocomeloprendol'aereo?"

Le zie dei miei figli tutte, le mie sorelle, le sollevatrici delle mie ipocondrie, che manco Battiato.
Il loro tempo, per noi.
I loro bimbi, a giocare con i miei.
E anche gli zii, tutti visti troppo poco. Soprattutto lo zio di sangue.
Ma quel poco ce lo facciamo bastare, as usual.

E prima, quella gita a Porto Garibaldi infrasettimana.
Il fritto misto. Alice che non mangia un tubo. Solo la piadina. Ah, e la tetta. Vabbé.
Nemmeno Iago mangia un tubo. Vabbé.
Mangio io, tutto sto ben di dio.
Iago che finisce per farsi il bagno, attratto da tutti quei pesci.
La sua sorpresa ammirando la pianura. All'andata, perché al ritorno ha dormito di brutto...
Alice sulla spiaggia e poi tre minuti in marsupio con il nonno.
Il nonno che fa lezione di storia e racconta di Giuseppe e Anita.

Il nonno che si stringe un po' il petto quando ci accompagna all'areoporto e io, ansia e lacrime, sfogate al security check che così Gianni non mi poteva vedere, ma i bimbi sì. E l'addetta allo sportello che un po' mi consolava, un po' si commuoveva pure lei e mi spronava a tornare per le feste. Eggià, magari.

Ho cominciato con il passato remoto per arrivare al presente. Che é tutto talmente vivido che dire "sembra ieri" non ha senso.

Forse ricordo tutto proprio così intensamente perché fu un viaggio "a casa" in un periodo difficile da dissolvere negli altri, né estate, né inverno, che é quando di solito prendiamo l'aereo.
Con il trascorrere degli anni e delle vacanze a FE, la memoria a volte si confonde, il tempo diventa un cerchio, l'unico con cui riesco a danzare l'hula hoop, non fosse il crescere e il numero dei bimbi a dissipare la nebbia.
1.
1, 2.
1, 2, 3.

Ma anche Iago ricorda tutto. Un bimbo grande, con la sua scatola di colori, una di Lego, una di memorie sue.

Una strana vita, quella doppia e a doppio voltaggio delle matri come me, senza troppi amanti ma con troppe famiglie in troppi luoghi.



Friday, October 4, 2019

Un venerdì. Dicono che "l'ecologia senza rivoluzione é giardinaggio".

Venerdì scorso sono andata al mio primo Friday for Future. 
La mia ennesima manifestazione. 
Queste cose le ho scritte la sera stessa, ma solo ora ho tempo di metterle in ordine un po'.

*****

Questa volta con Iago, quasi sempre per mano, Alice quasi sempre nel marsupio a ronfare (nonostante molto felice del suo cartellone con le apine), Dunia quasi sempre persa tra la gente, che neppure era tanta, con i suoi amici: assenza pre-giustificata per tutti. Tante colleghe mamme e qualche papà.

Per qualche minuto ho manifestato anche in compagnia di una birra, constatando che qui a Lisbon City non esistono remore né divieti relativi alla vendita del vetro da asporto, specie sui percorsi delle manifestazioni. Poi non sapevo dove buttare la bottiglia, che bidoni per la differenziata, per la via, pare non essere ancora cosa, e mi sono pentita di quel momento di sollazzo politico-alcolico un po' memore della mia vita bolognese.

Dunia ha inventato il suo primo slogan ed è stata subito accompagnata dalla gggente ("Não há tempo para parar, há um planeta para salvar").  È arrivata a casa molto soddisfatta di sé.
Iago che ripeteva, complice qualche costela (costola, come si dice qui) ispanica nella sua piccola ma potente cassa toracica: "Não há planeta Ve" (invece di Be).

Ora dormono tutti e tre sul sofà, tra un po' li porto a nanna sul serio.

Non fossero nati da me, questi tre, so che lotterei lo stesso, per i figli degli altri. Non é questione di ragioni di vita. Non è un obbligo etico, che, vabbé, sentirei comunque. È proprio un obbligo di e per natura. 
Davanti a questi tre, all'amore di mater lupa che nutro per loro, lo ammetto, non ho proprio scelta.

Così continuo nel mio arrovellarmi sul loro mondo di domani, mi chiedo durante quanto tempo avrò la fortuna di accompagnarli e pensare di poterli difendere al meglio e lottare per loro, nonostante tutti i miei limiti.

Ho la netta sensazione che il mondo del 2019 sia molto più crudele e monco e stupido di quello dei miei genitori, quando io e mio fratello eravamo bambini. Once upon a time, chi sapeva di non sapere, si fidava della scienza. Oggi, magari. Sembra davvero difficile mettere il mondo sulle rotaie giuste, nonostante le indicazioni siano chiarissime. I vagoni del treno sembrano pesantissimi e siamo ancora trainati a carbone. Troppi fumi per riuscire anche solo a leggerle, le indicazioni.

Non sono una persona calma, ma vorrei insegnarla a loro. Sì, la calma. Nel fare progetti, prendere decisioni e viverci bene.
Vorrei insegnar loro la gentilezza, nonostante gli abiti burberi che purtroppo mi capita di vestire soprattutto dentro casa, che é dove noi mamme andiamo in giro con le cispe nelle ciglia la mattina e la voce da drago la sera, quando la pazienza é fuggita da un pezzo, a noi e a loro. 
Quella, la pazienza, riuscirei a insegnarla soltanto prendendo la veste  talare di colei che solo sa predicare bene. Ogni volta che la nomino, la pazienza, non c'é pezza, tutta l'impalcatura del mio messaggio rovina malamente al suolo. Non mi crede nessuno, soprattutto la sera.
Non sono calma, non sono troppo gentile, non sono paziente. 
Ma cazzo, almeno sono pacifica. 

Ecco. La pace. Quel luogo e quel tempo in cui l'essere umano può crescere e prosperare, come prima facevano le sequoie, i baobab, gli abeti.
Tuttavia, la pace non si insegna. Nella pace si ha la fortuna di nascerci, di viverci. È il primo premio a questa cazzo di lotteria, per cui qualcuno ha lottato, e duramente.

Quando si ha quella botta di culo di beccare i numeri giusti, quando la pace vince, bisognerebbe desistere dall'idea di provare a giocare di nuovo, che non si sa mai, poi, cosa viene fuori alla prossima.
Invece, da quando l'ultima pace è iniziata, qui nel vecchio West, l'uomo si è messo a prosperare un po' troppo e pure in modo strano. Le risorse non sembrano bastare mai, tanto che ha pensato di mettersi a trafficare con le stesse ruote del lotto, a svitare bulloni e a fottersi le viti.
Un giorno di questi le ruote cadono giù e e sarà una nuova giocata, dove i numeri saranno tirati su "a manazza" da pochi e parzialissimi giudici di gara. 
Poi vedi il premio che ti tocca. 

Sono circondata da persone che sostengono: "beh, sono anni che ci dicono che la vita sul pianeta è a rischio e siamo ancora qui!". 
Ovviamente chi già se né andato, la voce per dire certe cazzate non ce l'ha più.  La vita, sul pianeta, non verrà spazzata via da un unico grande Armageddon. Sono e saranno tanti piccoli cataclismi, tante piccole disgrazie regionali, tante piccole terre dei fuochi e dei tumori. 
Tante piccole guerre per le poche risorse rimaste pulite, senza fumi, oli e microplastiche, sempre più nelle mani di pochi. Sai la pace. Hai voglia "no ai barconi".

Ecco io, pacifica e pacifista, questi che stanno continuando a svitare i bulloni, li prenderei e gli farei la festa. 
Già è slogan che "l'ecologia senza rivoluzione é giardinaggio". Io il pollice verde non ce l'ho, fate voi.

Io, per i miei figli, mi sa che il pacifismo me lo metto sai dove.
Scusate, ma non sarò più in grado di sostenere conversazioni pacifiche sul global warming, annessi e connessi. Se non sapete che dire, state zitti.