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Saturday, January 17, 2026

Cussa ghé in c'al pustázz dal gratacièlo?

- In grattacielo c'è la luce del sole che entra nella mia stanza di bambina, ragazza, ragazza-mamma. 
Il calore dei raggi obliqui del 31/12 alle 13 mi hanno fatto scivolare nella gola le cose che, naturalmente nella vita, si perdono. 

I raggi di sole, d'inverno, forse non bruceranno mai. Anche mia figlia1, che ora abita quella luce, capirà la mia gola liquida, notando la precisione con cui l'ombra si disegna qua e là, come da foto1, con il trascorrere degli anni. Pensavo queste cose, quando ho scattato. A 15 giorni da allora, non so quanto tempo avrà lei in quella nostra stanza, per tenerne i colori nel cuore. Non so nemmeno se mi capiterà di rivederli proprio così.
Non sappiamo mai cosa perderemo domani.

- in grattacielo ci sono i gatti dei miei, paladini della body positivity. Pancho-puff non aveva mai visto un pesce fresco tutto intero, secondo me. Il graffio di Semola, meno affabile, mi sanguina ancora sulla mano destra, se lascio che la pelle mi si secchi troppo.

- in grattacielo ci sono lavori, che i miei genitori (come altre famiglie!) hanno sempre e puntualmente pagato per le varie e necessarie messe in regola decise di volta in volta dai sacri lumi delle amministrazioni pubbliche e/o per assecondare l'erogatore del servizio di turno (non pubblico, altrimenti non si spiegherebbe), ossia per non perdere acqua-luce-gas-ascensore-riscaldamento e per ottenere i "nulla osta antifuoco". Hanno pagato tutto. "Tutto in regola".
Però, vari condómini nel palazzo non hanno (mai?) pagato un tubo. 
Alcuni amministratori condominiali, per contro, quando andava bene, hanno dormito per anni sugli allori del "non è colpa mia se c'è chi non paga". Così, certi lavori non sono mai terminati.

"Ha presente dove vivono i suoi?", mi sono sentita dire da una segretaria dell'amministrazione precedente quando, 4 anni fa, telefonai per protestare per la mancanza dei citofoni (pagati!). Immaginate l'importanza di un citofono e del 'tiro' accessorio, se avete bisogno di un'ambulanza e siete soli a casa. I citofoni non ci sono ancora.

Non ricordo di nessun giornalista che abbia lavorato sui giri che i soldi hanno fatto in grattacielo. "Perché Ferrara è un gioiellino, ma c'al pustázz propria no." 
Noi siamo brutti. 
Siamo illegali.
Siamo dei perdenti.

Il vostro paternalismo invece è becero.

Sunday, October 19, 2025

Mistral

Ieri sono tornata a Óbidos.

L'ultima volta, otto anni fa, Iago e @comunadassilva avevano strappato a nonna Katia e ai negozietti di souvenir in legno un set di arco e freccia e uno di spada e scudo. 

Esisteva una foto di noi, su questi gradini, con il malloppo. Avevo un vestito azzurro leggero e un discreto panciotto che lievitava Alice.

Non so se esista ancora, quella foto: quest'estate mi si è bruciato il computer, prima che decidessi come fare il mio backup. Qualcuno l'avrà, tra le sue cose.

Quando l'ho conosciuta, Óbidos era già piena di bouganville, edere, viti, intrecciati tra balconi e pergole. Lo era otto anche otto anni fa, andavo più spesso, un tempo. Non mi rendevo troppo conto di come il volume di vegetazione cambiasse. Mutavano i colori, con le stagioni.

Ieri quei rametti lievitati di nuova vita mi hanno ricordato che tutto segue, cresce e può prosperare anche senza di me.

Senza di noi.

"Amo las cosas que nunca tuve
con las otras que ya no tengo"
[G.Mistral]

Thursday, June 26, 2025

Per fortuna

Oggi ho pianto. 

Iago stava andando al parchetto con il suo amico e, sui gradini di una delle scalinate del nostro quartiere, sotto i tigli, hanno trovato un'ecatombe di api. Hanno cercato di portare a casa quelle che si muovevano ancora. Aiutandosi con una fogliolina le hanno messe nel cappello che gli avevo prestato. Gli piace molto usarlo per andare a giocare, mentre lavoro.

Abbiamo provato a salvarle con acqua e miele... soprattutto lui, capo infermiere beekeeper. 

Stasera solo 4, le più grandi, erano ancora vive. Dubito che sopravviveranno.
Non credo sia stato il caldo, che arriverà bestiale solo nel fine settimana.

Qualcuno probabilmente ha distrutto il loro alveare o le ha avvelenate (moltissime avevano la pipetta fuori).
Magari vari umani hanno -solo- deciso di camminarci sopra, nel mezzo di una sciamatura.

Non ho avuto cuore di passare dove Iago mi ha detto, dove tante erano già state calpestate stamattina, per fare ulteriori inferenze. 

Cerco di non farmi invadere dal grido del mondo, per loro, ché loro tre non se lo meritano. 
Ma anche oggi ho pianto.

[Per fortuna ancora piango.]

Friday, June 21, 2024

se X a gennaio, allora Y a settembre

Gli domandai cosa sentisse.
"Niente."
Un paio dei suoi salti, di quelli che poi un po' manca il respiro. Entrambi cercammo di far finta di nulla.

Riprese: "certo, ormai mi conosci da più di quarant'anni: in circostanze diverse sarei tutto un brodo di lacrimoso Sturm und Drang. 
Ora, sappilo: il vuoto. 
Ma ci avevo pensato tanto, credimi: tre eredi di tre chiudono un ciclo. Diventiamo vecchy, cara mia."

"Già."

"So che anche tu hai riflettuto molto. Avevi pure qualche meta in testa. Mi avevi detto: se X a gennaio, allora Y a settembre.
Ma la tua bicicletta ha una strana pianta appesa alle ruote, a bloccarti la pedalata. Non è un semplice bastone, di quelli che si trovano su un sentiero e ti si infilano tra i raggi e cadi e ti rialzi; lo togli, riparti. No. Quella pianta lì è diversa."

Fece di nuovo silenzio, non seppi ribattere.
"Ci hai provato, a modo tuo. Troppo gentile a volte. Troppe parolacce, altre: non sei molto credibile, cara, ma nel complesso, hai fatto la tua parte. Comunque, te lo devo dire: mi sono arreso. Non sento più nulla. Niente.
(Per te, nemmeno un bruscolino di compassione. Non prenderela sul personale...)
È che ho sentito tutto e troppo. E di nuovo, tutto, forte. Ho bisogno di essere lasciato in pace per un po'; o forse voglio solo invecchiare espletando la mia mera funzione meccanica di pompa ematica. Posso? In leggerezza, finché morte non ci separi."

Tutto d'un fiato, risposi.
"Certo, ti capisco. Scusa se non ti ho trattato come meriti. E, per carità, lo so che non è questione di corazze di ripicca: è più una roba di erosione interna, giusto?"

"Esatto, la fisica degli eventi ci trasforma in esoscheletri. Hai compreso perfettamente. Sei sempre stata una ragazzetta intelligente."

"Sai? Forse non sono ancora del tutto nella tua situazione. Tu potrai non sentire più nulla, ma io sento te. Il tuo non-sentire. 
Del tuo vuoto, posso partorire un cestino di lacrime, se mi impegno. 
Domani però.
Dormiamo adesso?"

Con un altro salto egli assentì, così spensi l'unica luce sul comodino e sperai in qualche sogno colorato, per quella breve notte di solstizio.

[Dialogo notturno con un miocardio in burnout] 🫀

©@anitavermelhos

Monday, January 15, 2024

Animalier

In tutto sto casino sociale e mentale, due domande semplici semplici:

1) da dove cappero sono venute fuori ste calze tigresse? Non ricordo di averle comprate. Uscite da sacco regalo ricevuto in second hand? Forse arrivano dalla Katia? Forse spesa ad cazzum al Lidl quando ancora vendevano cose non-food in considerazione degli abitanti della zona (aka non-touristzz)?

2) evidentemente non si chiamano "tigresse"... come si chiamano? Ghepardesse? 

Ah. "Leopardate e basta", dite? 

Ah. Aggiungete anche "seconda mano e smettila con tutte ste minchiate in altre lingue, per darti le arie da cervello scappato dall'Italia che tanto lo sanno tuttə che lo hai mandato a sfracellarsi in un paese altrettanto senza futuro"?

Eh. 
Già.
Ok.

#waitingroom

Thursday, November 9, 2023

L' Idraulico becca sempre.

Mia mamma non ha mai voluto imparare a usare una serie di cose, tra cui il videoregistratore VHS.

Si metteva sul divano con le sue brustoline o con i suoi pistacchi, gambe raccolte di lato, sempre lo stesso, e aspettava che qualcunə mettesse su un film.

Non capivo. 
Spesso mi incazzavo.

Finché all'università, primi 2000, non mi capitò tra le mani un libro di sociologia del consumo (credo) che spiegava questa sorta di rifiuto, in particolare da parte di chi svolgeva i lavori di cura.

Semplicemente non desideravano imparare un'ennesima cosa che poi sarebbe pesata sulle loro spalle, forever.

Oggi ho imparato a smontare, disostruire e rimontare questa roba, senza istruzioni, senza tutorial. All by myself.
Speriamo che tenga e sia solo empowerment. Non un'altra roba che ho imparato e allora faccio io, forever. Perché è proprio una roba che una capisce perché l' idraulico becca sempre. Anche un'idraulica beccherebbe a manetta.

Saturday, March 18, 2023

Cappuccetto RossoBlü.


Quell'ultimo sabato pomeriggio a FE. La madre biciclante decide di non biciclare, così da far stancare la piccola e impigrita amante del seggiolino dietro, così stasera qualcuna dorme e qualcun'altra esce. 
Però che magone, pensar di mettere da parte le bici di questi giorni. Ripartiamo presto.

Friday, July 22, 2022

Ultimo dì di:

- campi solari per il ragazzino in maglia gialla. Forse non goduti al meglio perché il sole cuoceva troppo.

- scuola dei piccolini per la tipa in maglia rosa. Almeno possiamo mettere un punto, un abbraccio e un saluto, anche alle maestre che hanno accompagnato Iago e da cui, nella primavera del 2020, non abbiamo potuto despedirnos. Lasciare uscire, lasciare andare, sentire bello.

- altro. Storie che indubbiamente hanno condizionato molto la mia vita.

Ultimi giorni di qualcosa, che arrivano troppo presto o troppo tardi. Talmente tardi che non sono capace di sentirne la dovuta, desiderata liberazione. Avverto invece una sorta di sofferta indifferenza sommaria: in fondo, forse è già l'autunno.

Monday, June 20, 2022

Lista random di cose che mi merito:

Una birra fresca e rossa.

La cena pronta.

Un frigorifero più capiente con la spesa fatta e i veggies a km zero già pronti alla padella anche nei giorni a venire.

Una casa declutterata.

Un'agenda più capiente.

Una casa editrice.
 
Un giorno di 3458 ore.

Una notte da 4579 ore, per dormire, soprattutto.

Un salario che arriva a fine mese (un riconoscimento economico per il lavoro di cura della family e del pianeta basterebbe, sai).

Una botte di leggerezza per me e per ləi.

Un camion di pazienza per loro altrə tuttə, che se lo meritano anche se mi scaraventano le fragole a terra.

Una giornata zero capricci.

Una vacanza, anche piccina picciò.

Un abbraccio maturo come lo erano le fragole, dal vivo però.

Ho pure bruciato la moka.

Thursday, April 21, 2022

Punta

 ...si dice "la punta dell'iceberg", vero?

 Già, bella figura di stile, fresh and clean, solubile e indolore (tranne che per i remoti isolotti del Pacifico, dell'Indiano, del Caribe).


La chiamiamo così, ma il nostro cuore lo sa che quella non è una montagna di ghiaccio.


É una montagna di roba diversa, comunque galleggiante.


"Shitberg" ti chiamerò, cara mia.

Friday, March 25, 2022

Aviso importante!

Esta pitufinha hoje disse, com toda a assertividade com a qual chegou ao mundo, uma coisa que nos últimos dias tem vindo a repetir, de vez em quando:

"Eu não gosto do nome AliSs, eu gosto do nome AliCci!"



Pois, com C à italiana, que é nome que @s outr@s 2 escolheram para ela antes que nascesse, e é o nome que aceitei, traumatizada por uma certa e determinada malha dos Ena pá 2000, que os tuga no Erasmus tiveram orgulho em dar a conhecer.

Tinha de ser com C à italiana.

Depois com o uso, com a necessidade de falar ao telefone dela e por ela... acabei por me acostumar. 

Mas pessoal, ela decidiu!

Por isso, vamos fazer um esforço everybody, com amor 💛.

Mamma grata.

[Na foto, ontem à saída da escolinha, onde hoje entrámos, atazanando toda a gente com esta tomada de posição :) ]

Thursday, February 10, 2022

Insólitos

 Insólitos:

- pegar no carro mesmo sabendo que, ao chegar tarde, a probabilidade de andar às voltas meia hora antes de encontrar estacionamento iam ser enormes;

- decidir que o meu carro ia caber naquele buraquinho ali na curva (após ter andado às voltas como acima referido); 

- encontrar um transeunte que, fones nas orelhas, entendesse no meu olhar de Bambi um pedido de ajuda a estacionar no buraco acima referido;

- entender todas as instruções dadas em alemão pelo transeunte acima referido, como se, por cá, dar indicações integralmente em alemão fosse a coisa mais natural.




(O rapaz chegou hoje a Lisboa, todo contente do clima, após ter vivido vário tempo na Alemanha, oriundo do Afeganistão. Disse que em Italien ist zu kalt, que cá o calorzinho é bem melhor e que, para quem nunca viveu na Alemanha, percebo sehr gut o alemão. Eu agradeci-lhe pela ajuda e agradeci os Deuses, que os miúdos estavam à minha espera para jantar, pedi-lhe desculpa porque até devia saber falar, mas olha, sorry, tinha o inglês a fazer-se de arrogante no meu cérebro. Tentei avisá-lo de não estar demasiado contente com o calor aqui, que depois do calor no inverno vem o feuer no verão...mas ele entendeu que não gosto de transpirar. A transpiração foi mais essa conversação insólita, mas olha, além de agradecer aos Deuses e ao rapaz, agradeço Lisboa que, nessas coisas, é uma caixinha de maravilhas.)

Está a choviscar. Por fim.

Tuesday, March 23, 2021

Carillon da matusa

 Ieri sera:

"mãe, esta foi a primeira música que a Alice ouviu?"

"no, Iago, questa é stata la prima musica che ho ascoltato io. Era il mio carillon di quando io ero bebé."

"ah, então deve ter, p'ai...uma centena de anos, não?".

- - - 

Erano anni che non lo sentivo suonare. Lui lo ha messo a posto. 

Il suo suono non so bene dove mi abbia portato. Ricordi vaghi di quel che sappiamo essere state, occhi di bebé uguali ai loro occhi.


Sunday, February 21, 2021

Custa, mas é bonita

No outro dia estava solinho, finalmente e novamente. Saímos de passeio higiénico. Com a chuva e os miúdos não conseguimos todos os dias mas, quando dá, esticamo-lo e esticamos-nos um bocadinho ao sol. 
Bicicleta para um, flores e "totta" (bolo) de relva para a outra. A mais velha tem mais que fazer, embora não goste que fique tanto tempo em casa.


Nessa tarde, às 18, ia haver uma manifestação, de panela à janela, pela reabertura imediata das escolas. 
"Já" dizia perentório o flyer que recebi, assinado por ninguém.

Já estou cansada de guerras entre pais, divididos entre clubes da "escola aberta" e da "escola fechada". Já estou farta de ser colocada num saquinho ou no outro, dependendo da frase que me parece certa, nesse instante, proferir. 
Já disse muita coisa, como que ninguém se esforçou o suficiente, fora @s professorƏs e @s auxiliares que, no âmbito das suas funções e do que lhes foi fornecido, deram os litros todos que havia para dar para que as escolas não fechassem. E ainda estão a dar.
Mas a escola não é um elemento isolado da comunidade em que se encontra.

Já me parece evidente que o que fica por fazer está entre o "já" e o "jamais".
É o "sempre".
Sempre foram e serão precisas turmas pequenas, para uma didática mais humana e para favorecer a inclusão e o sucesso escolar. 
Sempre foram e serão necessárias escolas com (acesso a) amplos espaços para respirar e experienciar o verde. 

É sempre precisa uma aldeia para crescer uma criança.
É sempre preciso dinheiro para pôr comida na mesa e seria preferível que o Estado pagasse por serviços fornecidos entre membros de uma sociedade em vez de dar guito a fundo perdido (pelo menos parcialmente).
Sempre devíamos participar na nossa comunidade. 
Não existe só o trabalho ao qual correr, quando os putos estão na escola.

É o "agora".
É agora que parámos que temos a possibilidade de reformular o nosso "viver para trabalhar' e virar o leme para o "trabalhar menos, trabalhar tod@s".
Como com a emergência climatica, é agora que as coisas que sempre foram tortas se podem endireitar. 
São necessárias fantasia e constância.
A luta requer isso. 
A luta custa mas é bonita.

(É agora o nunca.)

Monday, January 18, 2021

Il Relax. Poi il Naufragio.

In questi giorni raccontavo ai miei della situazione ormai drammatica (é inutile che ci giri intorno) che si vive in Portogallo, pandemicamente parlando. Più di 1 portoghese su 100 ha il covid. Mio papà insiste che devo rimettermi a scrivere. Così eccomi qui.

Credo sia stato proprio nella calza della Befana, qui sconosciuta, che ho trovato il primo dei bollettini della DGS (alias ISS, funzione più, funzione meno) a riportare il superamento dei 10mila nuovi casi registrati in 24 ore. 

In Portogallo siamo poco più di 10milioni.

Da quel giorno, escluso un paio di bollettini, tra i 5mila e i 7mila casi (nel primo fine settimana seguente), siamo sempre largamente sopra i 10mila nuovi casi al giorno, sfiorando gli 11, mentre gli specialisti ritengono che difficilmente sorpasseremo questa quota, perché la capacità massima di processamento dei test é stata raggiunta.

Ciononostante, siamo ormai al vertice mondiale quanto a nuovi casi/popolazione/giorno (1º posto) e quanto a morti/popolazione/giorno (4º posto), che ormai superano i 150 (166 qualche giorno fa: in proporzione, come se fossero un migliaio in Italia).

Oggi provavo a rispondere alla domanda di un'amica, probabilmente retorica perché vive qui ed è molto più sveglia di me, ma queste sfide non riesco a non raccoglierle, anche perché così ve lo racconto per bene.

"Come ci siamo arrivati?"

Per varie ragioni:

- Il relax delle vacanze estive, fin dentro l'autunno.

In estate i numeri si erano fatti piccoli, come un po' dappertutto nel nostro continente. Ottimismo. Pure io ci ho creduto un po', anche rimproverandomi, a momenti, per la mia rigidezza. La prima ondata era stata anche clemente con i portoghesi: se da un lato sembrava di poter contare su un'organizzazione capillare, dall'altro le temperature a marzo erano già molto amene. Le case non avevano più bisogno del riscaldamento che non c'è e che continua a mancare ora, in questo inverno più freddo dei soliti. Non ho mai sentito di tanta gente con la polmonite come da quando vivo qui.

Torniamo alla fine dell'estate. Ottimismo, dicevo.

A settembre, tuttavia, la Temido, ministra della salute, non sapeva ancora dire quale fosse il limite di criticità degli ospedali, come da foto in calce. Le scuole (senza alcuna misurazione della febbre, senza mascherine dai 10 anni in giù, con le stesse classi pollaio, gli stessi banchi doppi e problemi strutturali di sempre) sono iniziate mantenendo invariati i procedimenti di isolamento e tracciamento rispetto alla prima fase post-lockdown, allentandoli eventualmente nel corso delle settimane e accorciando le quarantene (comunque come da direttive OMS). 

Test tempestivi, tracciamento e isolamento di tutti i possibili casi, anche asintomatici, a rigor di logica, il tutto é stato molto parziale. Ammesso e non concesso che si metta una classe in isolamento dopo un caso positivo (in classe di mia figlia ce n'erano due ma solo alcuni alunni sono stati mandati a casa), chi é in isolamento profilattico viene testato solo se sintomatico. Magari l'alunno resta asintomatico però contagia i genitori o i fratelli, che intanto possono continuare la loro vidinha, perché altrimenti il paese si fermerebbe (così mi dissero). E intanto il virus continua ad andare in giro. Gran prevenzione.

Ora é saltato tutto. Il presidente della Repubblica aveva detto che il paese non avrebbe sopportato un altro lockdown. Infatti non può. In quelle parole, sento ora chiamata in causa quella che una mia amica illustratrice e antropologa, Giulia Cavallo, ha definito benissimo come "resa diffusa alla sofferenza", una resa che io trovo quasi agonistica da parte di questo popolo orgoglioso che sono i portoghesi. 

Ora questa resa mi angoscia, come mi angoscerebbe il suo contrario, la rivolta diffusa, anche se ci sarebbero tutti gli argomenti. Le elezioni presidenziali di questo fine settimana potranno rappresentare un'occasione di rivolta nel segreto dell'urna. Quanta gente voterà il Presidente uscente per cercare di non dare la possibilità all'estrema destra di Ventura, negazionista, di arrivare al ballottaggio? Si é fatto abbastanza per prevenire il disastro economico (e politico)? 

Relativamente al disastro sanitario, come denunciato dall'ordine dei Medici, un piano per l'inverno non è stato scritto per tempo e onestamente ignoro a questo punto se ad oggi sia stato ultimato o se stiamo ormai navigando a vista. 

Naufragando a vista, di fatto.

I tre disastri vanno di pari passo. Forse quello politico avanza solo nell'ombra, per il momento.

Arroios, il mio quartiere


21.09.2020


- Il relax mediatico.

Su quanto al punto sopra, ho avvertito la totale mancanza investigazione e lavoro di inchiesta, tipica già del giornalismo postmoderno, di quello social non ne parliamo. Ma, santi numi, non si può lasciare dire a una ministra che le cose che dovrebbe sapere "tintin por tintin" non le sa, senza inchiodarla, almeno un po', alla croce mediatica delle sue responsabilità. Questa mancanza da parte della stampa é ancora peggio della mancanza ministeriale: il cane da guardia é morto, sepolto e fa la rivolta nella tomba.

Il clickbait e i titoloni, del resto, hanno fatto sì che il pubblico di cittadini si abituasse tranquillo a numeri (assoluti) crescenti, ma sempre comunque inferiori a quelli di lá fora, degli altri paesi. Ci siamo seduti calmi a consumare in una fittizia comfort zone. Ripeto: siamo poco più di 10milioni, basta fare i conti.

Ora si continua a parlare di Serviço Nacional de Saúde al limite, ma é una fake news. Il limite é stato oltrepassato da giorni.

Il fatto che, almeno fino ad ottobre, quando sono stati apertamente dichiarati negazionisti e colpevoli di disinformazione, gruppi come i médicos pela verdade (medici per la verità, eh già!) abbiano avuto una certa presa sul pubblico é stato, a mio avviso, solo un dettaglio, che sto aggiungendo il 20.01, due giorni dopo la prima pubblicazione del post. Dettaglio comunque dovuto, poiché ho trovato, per certi versi e in certi momenti, che la visibilità ottenuta da questi individui abbia prevaricato quella degli scienziati degni di questo nome (spesso e in ogni caso messi in secondo piano da influencer e opinionisti politici, come un po' ovunque). Di scienza, sono gli scienziati a dover parlare.

- Il relax politico.

Siccome l'economia ha bisogno di ottimismo, mostriamo fiducia e, già che ci siamo, sdoganiamo tutti i festival del mondo, dall'Avante (dei primi di settembre, unica vera fonte di sostentamento del Partito Comunista) all'"indietro", da sinistra a destra e ritorno. Assolviamo tutto e, soprattutto, autoassolviamoci. Indipendentemente dai contagi effettivi avvenuti a causa di questo rendezvous collettivo, il messaggio è stato non solo quello, appunto, di ottimismo ma proprio di "scialla, gente!" (E continua così, dentro una campagna per le presidenziali, fatta di incontri, distanziati alla bell'e meglio. Ndr.: altro edit del 20.01.)

L'esempio, ecco. 


Prima di Natale, i numeri erano già tali che il settore scientifico aveva mostrato molta preoccupazione

Il Natale senza chiusure, con vaghi consigli su come portare la marmellata alla nonna e come preferire i pranzi all'aperto ai cenoni al chiuso, è stato solo uno spingere sull'acceleratore prima del burrone a cui si stava comunque andando incontro.

Alla fine della settimana scorsa é stato decretato quello che ci hanno venduto come un confinamento sul modello del primo, ma che in realtà chiude le attività che forse sono più in difficoltà, come il piccolo commercio.

Si continua ad andare a messa, all'università e a scuola, mentre nei gruppi di genitori e sui social ci si continua a fare del bullying tra il club della chiusura (difesa peraltro da medici e epidemiologi) mescolata ad alcune dosi di caccia alle streghe e la fazione del "continuiamo aperti che questa é solo un isteria mediatica" (ipse dixit) . 

Una guerra che mi ha esasperato, perché per forza di cose, anche se non prendi una posizione te la trovi cucita su misura, basta aprire bocca, avere un'idea fuori dallo schema, riportare una notizia. Una guerra da cui mi chiamo fuori, oggi, tenendo a casa "il mio mezzanino," perché, nonostante tutto, sono una privilegiata, perché posso e sento di doverlo decidere. Pace. 

Con la sua comprensione, disobbedisco civilmente all'obbligatorietà della scuola, almeno del seienne, perché la quasi quindicenne ha l'esame. 

Le scuole dovrebbero rimanere aperte non solo perché "la DAD suckz", non solo perché bambini e ragazzi hanno bisogno dei coetanei, non solo perché i genitori vanno in burnout a stare dietro a tutto*.

Dovrebbero restare aperte soprattutto perché per molti giovani sono un luogo al sicuro dalle violenze domestiche, che durante il primo lockdown sono aumentate; perché le loro mense rappresentano l'unico pasto caldo per i figli di chi non riesce più; perché per alcune famiglie con disabilità sono aiuto e terapie (comunque sospese perché il personale esterno non può più entrare negli edifici scolastici). 

Però. 

Però bisogna cambiare il modo di fare prevenzione, che non é stato scalfito nemmeno dalle nuove versioni più contagiose del virus.

Però oggi ci sono le code di ambulanze davanti agli ospedali, non davanti ai parcheggi e alle autorimesse, con esseri umani che ci muoiono dentro (e non solo di/con covid), come ci sono umani nelle tende e nei cartoni delle vie del centro a morire di freddo. Stare a litigare su chi di questi umani è più importante e roba da lotta tra poveri.

Però oh, sarò cattiva** io. 

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*l'articolo é stato scritto con due marmocchi di sei e tre anni in giro per casa. Ogni refuso, errore di punteggiatura e di consecutio, é colpa loro e non del governo.


**Nella mia cattiveria, ho presentato anche qualche proposta... mica una si arrovella solo il fegato, ma pure il cervello. La metto qui, dopotutto é un modo di riprovarci.

Quando l'ho buttata lì, in una riunione, i numeri portoghesi erano come quelli della Campania, settembre, ottobre, giù di lì. È stata rigettata perché "troppo fuori" da chi pensavo proprio mi potesse aiutare, anche a limarla:

- Non chiudere le scuole. 

- Dimezzare le classi, facendone delle vere bolle e non "bolle fuffa" che si mescolano nei doposcuola.

- Come? Utilizzare le palestre come aule e gli orari dei professori di ginnastica al posto degli insegnanti, visto che di entrambi non ce ne sono abbastanza e considerando che anche i bambini hanno bisogno di recuperare in attività fisica visto il primo lockdown. 

- A pranzo? Utilizzare i piccoli ristoranti di quartiere come mense vicino alle palestre invece di concentrare tutti gli alunni negli edifici scolastici. 

- Chi paga? Lo Stato deve pagare, ovviamente. Ma non a fondo perduto come sta facendo ora, si sarebbe trattato di un corrispettivo per un servizio e allo stesso tempo non staremmo qui a farci la guerra sulla questione scuola, mentre i ristoranti e le palestre sono stati tra i primi a essere obbligati a chiudere di nuovo. 

Se lo Stato, nella crisi, non investe creando posti di lavoro, laddove necessario, non se ne uscirà mai. Di fronte a un'epidemia che prende la popolazione in modo esponenziale, arriverai sempre, prima o poi, a un punto in cui i letti e risorse umane in ambito sanitario non saranno più sufficienti e per quanto tu, Stato, abbia speso. Sarà sempre e comunque non abbastanza: se investi in prevenzione magari te la cavi meglio.

Però oh, sarò fuori io.

Ormai é troppo tardi. Bisogna fare presto.


Aggiornamenti del 27.01.2021

- Tutte le scuole sono state chiuse a partire da venerdì scorso, decretando 15 giorni di ferie. 

- André Ventura, del partito Chega (alias la nostra Lega) si é collocato al terzo posto alle presidenziali, a pochissimi punti percentuali da Ana Gomes, ex europarlamentare socialista, non sostenuta dal governo PS. Il presidente Marcelo Rebelo de Sousa resta in carica con ampia maggioranza. Voti per corrispondenza e online non previsti dall'ordinamento, astensionismo oltre il 60%.

Fonte: Wikipedia.en

- I decessi non fanno che aumentare (il bollettino di ieri ne ha riportati 291). I nuovi contagi non accennano a diminuire (a parte nei registri del lunedì, perché la domenica si testa meno.)

- I pazienti "in eccesso" vengono trasferiti dalla zona di Lisbona prevalentemente verso quelli del nord del paese. Un ospedale della regione della grande Lisbona ieri si è trovato costretto a trasferire 48 malati tra ospedali pubblici e privati per un sovraccarico alla rete d'ossigeno. Delegazioni mediche da Cuba o dalla Cina, come se ne sono viste in Italia, non pervenute.

- La variante inglese é rilevata nel 20% dei tamponi della regione della capitale. Quella sudafricana é stata rilevata il 7 gennaio in almeno un paziente arrivato dal Sudafrica poco dopo natale. I media riportano che il soggetto é stato isolato per tempo. La verità é che chi arriva in Portogallo dall'estero sembra spesso riuscire a passare tra le maglie dei controlli relativamente ai test, anche perché chi proviene dallo spazio Schengen non é obbligato a presentarlo. Ad oggi non esiste ancora l'obbligo alla quarantena per chi arriva. Il Regno Unito ha sospeso i voli verso il Portogallo, dalle 00 del 23.01. per sospetti relativi alla stirpe brasiliana, ancora non confermata sul nostro territorio.

Fonte: https://www.sns24.gov.pt/





Wednesday, December 23, 2020

Presents

Presents.

Il miglior regalo che possiamo farci è esserci, presenti, a tenerci strett* insieme, come tanti pezzettini di un qualcosa.

Con il tempo ho imparato che il Natale si festeggia insieme, anno dopo anno, per ricordarci che insieme è che si vince il buio. Che quei bigliettini attaccati ai regali sono la parte più importante del pacchetto. Li cerco di conservare sempre, anche se in disordine.

Un pensiero a tutti coloro che hanno perso un pezzetto della famiglia, a chi non può scrivere nessun bigliettino e a chi vorrebbe ma, a questo giro, non riesce a mettere nemmeno un regalino sotto l'albero.

E se ora non riesco ad augurare un buon Natale senza che mi suoni almeno un po' strano, ce lo auguro, sin d'ora, meraviglioso, per "l'anno che verrà".


#hope 

Friday, December 11, 2020

Allegro e antico

Oggi vi racconto di un'altra cosa che non avevo significativamente messo in conto quando ho deciso di diventare una mamma all'estero.

Bah. No, sto sbagliando tutto, sto partendo da premesse sbagliate, perché in realtà non ho deciso un bel niente. È accaduto, foglie al vento degli eventi.

Però, nel sedimentarsi degli eventi, sullo strato delle foglie che diventano inevitabilmente suolo, se lasciate dolcemente vivere oltre la loro morte, vedendo crescere i bimbi, vederli iniziarsi a quella routine dei compiti per casa in una lingua che non é la mia materna, ma che é divenuta parzialmente la mia materia, mi sono ricordata varie volte di quando ero io a farli, i compiti.

Soprattutto nel periodo delle superiori, che Dunia sta per scegliere, spesso studiavo in compagnia, complice il fatto che c'era sempre la Katia, mia mamma, prof di matematica e fisica che, dalle retrovie della cucina, era sempre pronta a fare capolino e a dare una mano se non ce la facevo da sola a fare entrare nella zucca dei miei amici le materie di cui sopra. Ho usato il maschile perché erano soprattutto "dil ragazìt" con cui mi trovavo (meglio) e che abitavano più vicino.

Ultimamente, proprio a guardare i compiti de laDu, mi é tornato in mente un episodio relativo a un periodo tutto sommato breve della mia vita, in cui abbiamo vissuto a casa di mia nonna materna,  per chi conosce Ferrara, in via Bagaro, mentre al grattacielo stavamo facendo dei lavori di ammodernamento del nostro appartamento, quando ancora c'era un barlume di speranza, non c'era ancora la mafia nigeriana in zona GAD a spacciare droga. Il mercato delle lucciole era già abbastanza solido ma, in quanto "mestiere più antico del mondo", agli occhi dei più non era degrado e gli alloggi valevano un po' più delle due patacche di ora.

Torniamo a via Bagaro. Credo fosse il '96. Le scuole erano probabilmente appena iniziate o in procinto di terminare, perché i lavori si svolsero nel periodo estivo. Chissà.

Ero in sala con "chi ragazìt" a studiare. Studiare, sì vabbé. Stavano "facendo gli sciocchi" (avrebbe detto mio padre che invece era sempre a lavorare). L'Elda, mia nonna, girava per la casa cercando di intrattenersi in "chi fàtt" che la tenevano impegnata tutti i pomeriggi, prima che l'ictus la colpisse più gravemente e la obbligasse a separarsi da quelle quattro mura che amava, per venire a stare con noi. Per lei ritrovarsi di nuovo"a cà da lié" era come un sogno (anche se, in quanto ospiti, io, mio fratello e i miei iniziavamo tutti e quattro a puzzare come il pesce). Spazzava, lavava, tornava a spazzare perché ormai si era dimenticata di averlo fatto. Però, quel pomeriggio, nel suo armeggiare rituale, sentiva. Ascoltava "chi ragazìt".

A un certo punto, probabilmente anche preoccupata per l'onore della sua prima nipote, spalancò la porta senza preavviso chiedendo:

"Ció, ve, ragazít! 'Sa tamplévv??" 

(*trad.-non-trad. perché ha troppo dentro: "insomma, ragazzi! cosa fate??")

Risate, perché non stava succedendo assolutamente niente.

Da un paio di giorni l'immagine di mia nonna che entra in sala, aprendo quella porta tipica di ogni vera casa della nonna, con il quadrato di vetro fosco con le sue venature cangianti, con sulla bocca quell'esclamazione meravigliosamente ferrarese mi sta facendo sorridere e, temporaneamente, in un paese dove non esistono i dialetti, ma parlate e sotaques, sentire di aver tolto qualcosa di allegro e antico ai miei figli... chissà, anche se, visto il qui e l'ora, sono bilingui e con l'orecchio che si allena ogni giorni di più aos criólos do mundo, alle sfumature del linguaggio globale.

Credo che in chiunque abbia avuto almeno un nonno o una nonna a parlare correntemente un dialetto, ci sia tutto sommato un* bilingue almeno potenziale, ma soprattutto che esista una ricchezza inspiegabile: un sistema linguistico che, quando risvegliato nella memoria, tocca alcune corde invisibili, dolci e sottilmente inchiodate all'anima. Ogni tanto dico qualcosa in dialetto alla mia prole, ma non é la stessa cosa. A volte mi chiedo se non li ho privati in qualche modo di queste corde segrete o se forse l'italiano potrà avere in loro, un giorno, lo stesso effetto che ha il ferrarese in me, anche se solo evocato qui dentro.

O forse é solo saudade, tanto per cambiare. Parola che, se non vivessi qui, difficilmente avrei capito così bene.

Tuesday, November 3, 2020

Solo novembre

 Al termine di ogni vacanza, lascio sempre qualcosa in giro, qualcosa in me nicchia sempre. 



Come se quella roba tra i piedi, o tra le palle, mi scaldasse via, in qualche modo, dalla fissità del presente avvolto nella normalità.

Per farmi sentire che le vacanze non sono del tutto concluse, o non sono finite da troppo tempo.

Ho forse un certo bisogno apolide di sentirmi sempre pronta a ripartire. A scappare.


Quest'anno ho scelto inconsciamente il sacco con le macchinine, gli album da disegno e qualche lettura per gli eredi. Ora ho sentito il momento di disfarlo e sistemarne il contenuto .


Ho sfogliato questi album.

Mi sembra trascorso un secolo da quando li coloravamo sotto la pergola a Santo André.

Gli anni scorsi, a disfare quel bagaglio mentale piantato lì, mi sembrava sempre ieri.


È solo inizio novembre.

È solo angoscia.

Monday, August 31, 2020

Quaranta


Ai 40 rendi grazie, pensi ai 50 e dici "chissà" (poi aggiungi: "meglio di no, va là!! che ti deprimi, idiota!").

40 quaresime e una quarantena. 40 la somma di 20+20, anno duro per tutti.

Somma perfetta per chi é dell'80, che rima con 40, e ci rimerà per gli anni venturi: entrata negli anta, difficilmente ne esci più. 

'80, ho tanta, son tanta. Rotondità di nome e di fatto, anche se alcune di loro, dopo tanto dare, assomigliano più a pere sgonfie.


40 o su per giù, le biciclette che ho voluto, e mi sembra di pedalare da 40mila anni.

40 acciacchi che ma sì, tanto sono solo per via di questo mio grato ma sgraziato pedalare.

Sommando le età dei miei bimbi, le mie bici-frecce, i miei sogni mai troppo pensati e per questo i migliori, ottengo l'età che avevo, quando ho deciso di partire, 40mila anni fa. La biga numero1.

15 anni fa ho preteso invece la bicicletta più impegnativa, a scatola chiusa, quella mamma che nasceva insieme a laDu. Abbracciavo quelle due persone, davo loro il benvenuto, senza sapere chi e come sarebbero diventate. 

Soprattutto quella mamma, non credo di conoscerla ancora bene del tutto, a essere sincera. A volte mi scappa il pedale, sempre a correggere un po' la curva, il tiro del freno, la distanza della dinamo dalla ruota.

I miei 40mila sogni continuano in movimento, sempre in cambiamento. Mai fermi, come le belle bici. Come le stelle.





Sunday, June 21, 2020

Ape dentro

Ieri sera Iago ha praticamente salvato un'ape che era rimasta intrappolata tra gli infissi della nostra veranda, ci finiscono presi tanti insetti. Le ha parlato e lei è riuscita a uscire, mentre stavo cercando qualcosa per aiutarla ad aggrapparsi senza farla sentire minacciata, e qualcosa per metterle vicino acqua e zucchero.


Prima, nel pomeriggio, l'ho visto chiedere un desiderio a un albero delle fate, di quelli con la corteccia che sembra fatta di liane attorcigliate, pronte a spostarsi per fare uscire gli elfi.
L'ho visto poi pregare su un tronco tagliato, tra i sussurri, credo che gli dicesse che le loro vite erano uguali. Di prendere la sua, se volesse. Volevo piangere.

Alice mi ha regalato due fiori, si vede che non è ancora capace di staccarli e non ho esattamente intenzione di insegnarglielo.




Però stamattina ho ucciso un ragno. Che brutto buongiorno. Stamattina ho ucciso un ragno. Ieri sera quasi succede il finimondo per quell'essere dalle gambe lunghe, appeso sopra la doccia. O forse per me. Però ci ho pensato a lungo prima di farlo: stava correndo dentro il cesto della roba sporca, ho pensato agli altri finimondi che potevano succedere, non é stata una vendetta, gli ho chiesto scusa.
Lasciarlo fare alla gatta sarebbe stato vigliacco da parte mia.
Mi si è stretto il cuore, ce l'ho ancora così.
Non è stato un bel buongiorno.