Friday, December 11, 2020

Allegro e antico

Oggi vi racconto di un'altra cosa che non avevo significativamente messo in conto quando ho deciso di diventare una mamma all'estero.

Bah. No, sto sbagliando tutto, sto partendo da premesse sbagliate, perché in realtà non ho deciso un bel niente. È accaduto, foglie al vento degli eventi.

Però, nel sedimentarsi degli eventi, sullo strato delle foglie che diventano inevitabilmente suolo, se lasciate dolcemente vivere oltre la loro morte, vedendo crescere i bimbi, vederli iniziarsi a quella routine dei compiti per casa in una lingua che non é la mia materna, ma che é divenuta parzialmente la mia materia, mi sono ricordata varie volte di quando ero io a farli, i compiti.

Soprattutto nel periodo delle superiori, che Dunia sta per scegliere, spesso studiavo in compagnia, complice il fatto che c'era sempre la Katia, mia mamma, prof di matematica e fisica che, dalle retrovie della cucina, era sempre pronta a fare capolino e a dare una mano se non ce la facevo da sola a fare entrare nella zucca dei miei amici le materie di cui sopra. Ho usato il maschile perché erano soprattutto "dil ragazìt" con cui mi trovavo (meglio) e che abitavano più vicino.

Ultimamente, proprio a guardare i compiti de laDu, mi é tornato in mente un episodio relativo a un periodo tutto sommato breve della mia vita, in cui abbiamo vissuto a casa di mia nonna materna,  per chi conosce Ferrara, in via Bagaro, mentre al grattacielo stavamo facendo dei lavori di ammodernamento del nostro appartamento, quando ancora c'era un barlume di speranza, non c'era ancora la mafia nigeriana in zona GAD a spacciare droga. Il mercato delle lucciole era già abbastanza solido ma, in quanto "mestiere più antico del mondo", agli occhi dei più non era degrado e gli alloggi valevano un po' più delle due patacche di ora.

Torniamo a via Bagaro. Credo fosse il '96. Le scuole erano probabilmente appena iniziate o in procinto di terminare, perché i lavori si svolsero nel periodo estivo. Chissà.

Ero in sala con "chi ragazìt" a studiare. Studiare, sì vabbé. Stavano "facendo gli sciocchi" (avrebbe detto mio padre che invece era sempre a lavorare). L'Elda, mia nonna, girava per la casa cercando di intrattenersi in "chi fàtt" che la tenevano impegnata tutti i pomeriggi, prima che l'ictus la colpisse più gravemente e la obbligasse a separarsi da quelle quattro mura che amava, per venire a stare con noi. Per lei ritrovarsi di nuovo"a cà da lié" era come un sogno (anche se, in quanto ospiti, io, mio fratello e i miei iniziavamo tutti e quattro a puzzare come il pesce). Spazzava, lavava, tornava a spazzare perché ormai si era dimenticata di averlo fatto. Però, quel pomeriggio, nel suo armeggiare rituale, sentiva. Ascoltava "chi ragazìt".

A un certo punto, probabilmente anche preoccupata per l'onore della sua prima nipote, spalancò la porta senza preavviso chiedendo:

"Ció, ve, ragazít! 'Sa tamplévv??" 

(*trad.-non-trad. perché ha troppo dentro: "insomma, ragazzi! cosa fate??")

Risate, perché non stava succedendo assolutamente niente.

Da un paio di giorni l'immagine di mia nonna che entra in sala, aprendo quella porta tipica di ogni vera casa della nonna, con il quadrato di vetro fosco con le sue venature cangianti, con sulla bocca quell'esclamazione meravigliosamente ferrarese mi sta facendo sorridere e, temporaneamente, in un paese dove non esistono i dialetti, ma parlate e sotaques, sentire di aver tolto qualcosa di allegro e antico ai miei figli... chissà, anche se, visto il qui e l'ora, sono bilingui e con l'orecchio che si allena ogni giorni di più aos criólos do mundo, alle sfumature del linguaggio globale.

Credo che in chiunque abbia avuto almeno un nonno o una nonna a parlare correntemente un dialetto, ci sia tutto sommato un* bilingue almeno potenziale, ma soprattutto che esista una ricchezza inspiegabile: un sistema linguistico che, quando risvegliato nella memoria, tocca alcune corde invisibili, dolci e sottilmente inchiodate all'anima. Ogni tanto dico qualcosa in dialetto alla mia prole, ma non é la stessa cosa. A volte mi chiedo se non li ho privati in qualche modo di queste corde segrete o se forse l'italiano potrà avere in loro, un giorno, lo stesso effetto che ha il ferrarese in me, anche se solo evocato qui dentro.

O forse é solo saudade, tanto per cambiare. Parola che, se non vivessi qui, difficilmente avrei capito così bene.

No comments: