Saturday, February 11, 2012

una giornata lov




Sebbene mi sia alzata con lo sgustino in bocca e  un certo dolore alla bocca dello stomaco e alla crapa, determinati da una notte più lunga del solito, poi é passato tutto.

La cura:
- ore dieci e qualcosa: bacio stampato sulle labbra tipo bella addormentata - ."Mamaaáaá acorda (svelgiati)"
- gita con MissDu alla Feira da Ladra (Mercato della Ladra - il mercato dove tutti possono vendere e scambiare di tutto) - tappa praticamente obbligatoria per i turisti, e io non c'ero mai stata, tapina.
Comprato n.1 salopette rosa a rigoni frikkettoni per l'estate. 7euri. Stupenderrima.

- perdita dell'orientamento nel labirinto dell'Alfama (uno dei quartieri più Alfacinhas di Lisbona)..."amore scusami lo so che hai fame, la mamma trova la via d'uscita poi forse andiamo a mangiare al ristorante dove è papà" "oh mamá, não te preocupes" "Ok...é proprio bello perdersi per di qui, vero?" "Sim, mamá".

- Finalmente uscite dall'Alfama, passando sotto un tunnel dove il mio istinto materno ha trovato minacciosissimo un barbone che cercava di dormire con la sua bottiglia di vino, tapina, ci siamo piazzate nei tavolini del primo ristorantino.
Affamatissime. Al calduccio del sole di febbraio. Sole. Calduccio.

- Davanti ai nostri tavoli hanno iniziato a snocciolarsi polizia, autobus carichi di manifestanti, critical mass...ok. Oggi c'é una manifestazione. 16euri alla cassa. Andiamo.

- MissDu adora le manifestazioni e sta dietro a tutti gli slogan e balla tutte le canzoni.  E lá ce la siamo ballata.
"Todos deviam ser camaradas (tutti dovrebbero essere compagni)" disse un giorno.
Qualcuno dirà che sono io che la sto socializzando male. Pazienza. È probabilmente vero. Ma non mi posso censurare con mia figlia. Non è mica niente di pornografico!


- Gelato - buono però.

- Incontro casuale con Kumpania Algazarra a suonare per il Chiado....e che si fotta pure la frikkabbestia che fa le bolle di sapone giganti di fianco alla gelateria e solo per farne scoppiare una a una bambina vuole dei soldi. MissDu ha danzato felice sugli ottoni e se ne é infischiata di te.

- Metro. Arrivati a casa. Posto questo, faccio il the e vado a giocare.

Mi mancava una giornata così. Io <3 Lei.

Stamattina mi ha detto "Mamá, quando for crescida quero ser pintora de quadros e mandar os meus quadros aos museus mas vai ser barato para ver. Só 1€. Assim também os velhinhos podem ir. Ah...e o meu amigo Pedro quer ser malabaristas. (Mamma, quando sarò grande voglio essere pittrice e mandare i miei quadri ai musei a sarà economico da vedere. Solo 1€. Così anche i vecchietti ci possono andare. Ah...e il mio amico Pedro vuole essere giocoliere.)"

Questa bambina ha 6 anni.
Quando avevo 6 anni anche io volevo essere pittrice. Ma non ne avevo un idea di biglietti sociali per i vecchietti, i miei amici volevano fare gli astronauti puzzoni e non pensavo che tutti dovrebbero essere compagni. A Luta Continua.




Friday, January 13, 2012

Bisogni del tubetto

La piccina mi abbraccia forte, ma lo fa dal lato della capocchia, intorno al collo... quindi anche quando mi stringe forte forte, mi cura l'anima, ma di solito (e per fortuna) non esce niente a parte tanto sbavato amore.


Ma se qualcuno mi stringesse, come si fa con i tubetti di dentifricio mal spremuti; dal centro, come faccio io, o ancor più lentamente, senza furia né rabbia, con dolcezza, pianin-pianino, ma comunque forte....cosa verrebbe mai fuori?

Bile? Un-fiume-di-lacrime-(e-di-parole-tipo-Jalisse)? Una puzza strana? Un grido lacerante? Quell'umanità incazzata che mi hanno piantato dentro e che sto cercando di ignorare? Un profumo avvolgente di cotechino? Una musica di quelle che questa-non-é-musica-é-rumore? Un ruttino?


Ehm...Volontari per l'esperimento?

(immagine dal web)

Thursday, December 29, 2011

Se son spine, fioriranno.

Quest'anno ho odiato il Natale.

Sarà che non ho messo nemmeno la punta di un piedino sul suolo patrio.

Sarà che, volente o nolente, il tempo se ne è andato di più per pulire casa che per stare a godermela con la mia bambina, che si è rattristata quanto me quando ha capito che le mie ferie erano finite.
Pulire casa: spazzare, mandare in panne l'aspirapolvere, sgurrare, lucidare... per gli, o meglio, per le ospiti, perchè agli uomini non gliene frega un cazzo della polvere...a meno che non siano allergici alla.

Se poi il Natale era stare in famiglia, vattela a pesca.

Nonostante le fatiche, mi sono comunque sorbellata il mio cocktail fatale di critiche e  gira e rigira mi tocca pure di sembrarmi una dodicenne che scrive sul diario segreto.
Ma posso lasciarmi fare questo? Buttate via la chiavetta, please.

Odio le liti assurde. Cominciate perchè qualcuno a cui teniamo molto non ha mai ascoltato.
O se ha ascoltato, non ha mai prestato attenzione. O se lo ha fatto, ha poi dimenticato.
E o spacchiamo tutto, o ci accucciamo lì, attoniti e rimbambiti, ad assorbire invettive per via di qualcosa che semplicemente, in due parole, non esiste.

Beh, indi, ho deciso di non litigare e di farmi venire solo cattivo sangue.


Poi ho pianto nella doccia, perchè ho bisogno che la Dunia stia in santa pace, senza che la mamma si faccia venire il sangue cattivo, né la tachicardia, né l'ipocondria.
E ho pianto nella doccia, tutta inshampata, perché mi mancano i miei amici.

Invece di piagnucolare nella doccia, vorrei farmi venire le mie paturnie come-dio-comanda, frignare una notte intera e l'indomani andare a lavorare con il cuore leggero come un passerotto, gli occhi pesanti come due pietre e fingere bellamente di non aver dormito un emerito.

Ho solo bisogno che mi guardino dentro, nel fondo degli occhi e sentire che mi sto guardando allo specchio. Ho bisogno di poter dare tutto per scontato, senza paura di dover tirar i remi in barca.


Mi mancano talmente tanto che sento che li sto reinventando, nel qui e nell'ora.
Ma.

Questo pratino potrebbe trasformarsi presto in una discesa tortuosa, impervia e scoscesa.
Non so bene dove mi possa portare. Sarà che poi devo mettere il freno a mano?
Ho paura che a valle ci siano tante spine e pochi spinelli.


Ho voglia di chiudermi a riccio e rotolare giù.
Se son spine, fioriranno.

Un bel riccio kamikatze. Non posso mica vivere sempre con il freno a mano tirato.

Altrimenti si consuma e poi come faccio mie famose discese da montagna russa sul mio carrettino-biposto-del-solito-tran-tran?
Non so perchè, ma finito il binario alto delle ferie, mi sa tanto che ne arrivi un'altra, di discesa.

Che alla fine la specie riccio sopravvive solo se gli uni accettano (e sono profondamente in love with) le spine degli altri.
Ho quindi un disperato bisogno di mantere integro il mio freno a mano.

(immagine dal web)

Tuesday, December 20, 2011

che coss'é l'amor - cit. | il TAVvino

Mmffffff....alla fine so solamente quello che non é.
Un mucchio di cose sono solo relative, altre non fanno per me, altre non esistono per gli altri.

Nessuno le pensa, indi non sono - anche se sono, esistono, solo per me, Cartesio perverso.
Non le avrò, perchè la merce deficita.



Ma poi, il plurale? Gli altri?
Perchè?
L'amore dovrebbe essere singolare, o almeno biunivoco, per uscire dal platonismo o dalla pippa mentale.
E invece no.
Si considerano addirittura delitti plurimi, puramente mentali, o dimensionali, fate voi.

Domande correlate:
1) Si può raggiungere la pace di spirito senza passare per la pace dei sensi?
2) Dov'é TAVvino che mi aspetta?
Ma uno veloce-veloce, che non passi per sta cazzo di stazione, piccola e algida, immersa in una nebbia spoglia e affamata. Nebbia che manco é padana, senza alberelli illuminati, che in sta stagione di coccole e consumo, sbucano fuori caldi-caldi come un bombolone.
(immagine dal web)

Friday, November 25, 2011

l'ombra dell'acqua *** a sombra da agua

Una cosa trasparente è pur sempre una cosa.

Mi lavavo le mani e vedevo l'ombra dell'acqua sul mio polso...e lei scivolava via scrosciante dal rubinetto alla fogna.



Una cosa trasparente, luminosa, ha pur sempre un'ombra, il suo doppio, il suo inseparabile yin.

Più sono seduta su questa situazione, più tutto si compatta, più tutto dovrebbe dipanarsi.
In realtà vedo torbido. Non so bene perchè.

Il vortice non è fuori. È dentro.

E più gira e più succhia verso il basso, più la sua ombra è lunga e scura, anche se la sua materia è trasparente.

(immagine dal web)

Friday, September 23, 2011

il solito, please.

Quando si cambia casa, bisogna fare i conti.
Con tutto.

Le bollette della luce e dell'acqua, il surplus nella bombola del gas (che se -dio scalzino- tutto fosse andato secondo i patti, non avremmo dovuto comprare). Gli affitti e le rate del mutuo che si accavallano e si scontrano sul campo minato del conto corrente.

La gatta che si infila in ogni scatola e in ogni sacco, compreso quello della spazzatura.
I tupperware di cibo, cucinato con amore, dimenticato da mesi in fondo al freezer, perchè d'amore ce n'era troppo, ma di stomaco per affrontarlo... poco.

Le piantine morte, di cactus e di manjerico, che, in quanto morte, non si posson far abitare nella casa nuova.  
Abitare é inesorabilmente un verbo dei vivi. Forse.
Come ha fatto a morirmi anche il cactus??

E anche le piantine se ne andranno tristemente a far compagnia al contenuto dei tupperware, nel sacco graffiato dalla gatta.

I vasi saranno solo pieni del profumo della pianta che fu, almeno per un po'.

Nella casa rimarrà il nostro odore, forse un po' più a lungo.

Poi verrà pian piano riassorbito dall'essenza delle stanze, delle pareti. Il profumo della casa in sé, che se un giorno torneremo, avvertiremo di nuovo, dalle narici fino all'ipofisi.

Quell'odore, sia pur distorto, e quella luce riflessa così-e-cosà sui pavimenti, riaccenderanno i neon, dietro ai fantasmi di noi stessi, che ci siamo lasciati dietro, volenti o nolenti. Perchè in quelle case dove siamo cresciuti, a volte un po' morti dentro, abbiamo scambiato qualcosa con loro e con gli altri che per di lì con noi son passati. Baci, amore, umori, liquidi, abbracci, coccole, canzoni e filastrocche, parolacce, storie, frammenti di piatti rotti sotto le dita dei piedi, gocce di latte sul pavimento.

E sento l'eco dello stare.
E quando quel neon lì si accende, ricordiamo tante cose. A volte però c'é chi non torna più, perchè non  ci pensa più.
E anche se dovesse ritornare in carne ed ossa...cuore non vede, occhio non duole.

I miei fanno male, in costante secrezione. Tipo rubinetto rotto, gocciolante. Pazienza. Il solito. Il cocktail preferito di chi troppo pensa e poco stringe.

I fantasmi di noi, quelli che si annidano dove passiamo, le nostre impronte sono diverse dai nostri fantasmi, le nostre paure.
I nostri se e i nostri ma non si concludono, non rimangono dietro una porta, che volenti o nolenti, chiudiamo. I nostri fantasmi ci sono stati cuciti addosso, come ha fatto Campanellino con l'ombra di Peter Pan.

Una merce contraffatta é contraffatta e basta. Non si può de-contraffarre.
La cicatrice c'é e lì resta senza darti pace.
Lo so che non cambierà niente.
Lascerò solo in giro un altro fantasma di chi siamo stati chi e qualche ombra allegra sulle pareti.

Questa mudança non doveva essere dolorosa, ma per questi ed altri motivi, lo é.
Sarà per via del mio dente e dei miei coglioni rotti.

Eppur via, che si apra anche questa cazzo di porta, al secondo piano di Rua de M***, **.

Ho nostalgia del mio primo trasloco da via Pizzardi, 17 a vicolo Bolognetti, 28.
Zero dolore, qualche scatola, qualche poster e un carrello della Coop a spasso per le vie di Bologna erano più che sufficienti.

Friday, June 24, 2011

del cin-cin e della navigazione in solitaria

La vita é fatta di scelte: vuoi da bere qualcosa di leggermente alcoolico e fresco ma l'unica cosa che hai in frigo é una bottiglia di spumante...allora cerchi nella tua mente qualcosa per cui vada la pena fare un brindisi, anche se l'altra persona si berrà un bicchier d'acqua e non fa nemmeno cin-cin perché troppo impegnata a giocare.

Brindi al fatto che domani vai via un po' con gli amici e i piccini.
Alla prima ceretta sotto le ascelle.
Al fatto che qualcosa da bere di fresco e leggermente alcoolico si trova sempre.
Alla mamma che é in ferie, ma ha già un biglietto per venirmi a trovare in agosto.
Ai lavori nella casa nuova che prima o poi cominceranno.
Alla Du che finalmente ha capito che ho la testa come un pallone ed é la bimba più comprensiva della terra.

Al fatto che te ne fotti se non hai nessun'altra buona ragione per brindare. E STI CAZZI.
Quelle di cui sopra sono tutte buone ragioni per.
La felicità é pur sempre una scelta.

Monday, June 6, 2011

l'unità (di misura)

Il mio professore di fisica del biennio delle superiori era un tipo che faceva breccia nei cuori delle ragazzine, probabilmente "per via di quegli occhi di ghiaccio, così difficili da evitare". 
Era belloccio, anche se a volte sembrava che parlaffe un po' cofì.
Era hot. Nel senso che estate e inverno era sempre pezzato sotto l'ascella.

Ci faceva appassionare per il concetto di unità di misura spronandoci a porne una alla fine dell'espressione matematica della formula fisica.

"Cosa sono quei 40? Zucchini? Pomodoriiii?? Cocomeriiiii???"

L'universo dell'ortofrutta era il suo preferito. Anche il mio. Forse è per quello che mi piaceva, in fondo.

Chilometriorari
Volt
Ampere
Newton
Hertz
...
e così via.

La chimica non l'ho mai studiata veramente, ma devono esistere unità di misura anche lì...sennò tutta la farmacia se ne andrebbe a puttane...e anche io.

La fisica.
La chimica.

E l'amore, in quanto specie-di-chimica? 

Segue uno studio delle varie correnti di pensiero che elucidano circa le plausibili unità di misura dell'amore, da non confondersi con l'Amore in senso lato, che coinvolge l'amore per la mamma, per i figli (che é normalmente pari a \,\!\infty), per l'umanità, per gli animali, ecc. né con l'Innamoramento (che qua non ci chiamiamo mica Alberoni). 

Saranno quindi escluse le sciocche farfallette nello stomaco, i battiti/minuto, il grado di secchezza delle fauci o di umidità della punta.


Le ore di sonno perse ad aspettare
Le volte che decidiamo di stare zitti
Le volte che é ora di parlare
Le volte che ci si addormenta insieme
Quante di queste abbracciati 
I non ti preoccupare
I io ti odio (non contano solo quelli detti)
I bugiarda! 
 
I noi ce la faremo
I ti amo
I vaffanculo!
I come stai per davvero?
I sei bellissima
I stupida troia

E poi i fatti
 Perché anche i pensieri son fatti e dai fatti si vedono i pensieri

I fatti da fare in casa
Il n. di piatti lavati
Il n. di panni piegati
Il n. di bidet sterilizzati, sempre che il bidet in casa ci sia
Gli atomi di polvere accumulata in giro
Quante volte scopi in casa

Quante volte pensi di poterlo fare fuori casa

I sogni della notte e quelli del giorno
Le volte che hai gli occhi gonfi la mattina, rotondi come meloni

I facciamo/non facciamo un figlio
Il n. pannolini cambiati
Il n. di biberon bolliti

Le volte che ti fai la ceretta
Le volte che fai una cenetta

I io me ne vado 
I non c'é posto migliore di quello qui accanto 

Le volte che ti vado a comprare le medicine
Le volte che ti curo
Gli abbracci

Le foto, con soggetti, verbi e complementi accessori
Le musiche che si é capaci di cantare insieme dall'inizio alla fine

Il nr di traslochi che hai fatto
Il nr di pacchi che hai sollevato, spedito, ricevuto
I pacchi che ti hanno tirato

I Km che ti separano dalla tua vera casa

I baci umidi anche dopo mille anni
I rigagnoli umidi sulle guance, che si seccano perché ormai basta
 
Il tu sí, io no e i viceversa


(Intervallo 0-\,\!\infty)
Ognuno scelga la sua, basta che non sia la più comoda.



Saturday, May 7, 2011

Programma

programma per il sabato: scalare una montagna di piatti sporchi senza corde né reti, spedizione archelogica nella vaschetta della gatta; viaggio con i mezzi verso festa di compleanno di bambini petulanti da compiersi in baraccone suburbano dove i piccoli mostri saltano e urlano. Viaggio di ritorno. Cena. Letto. Emozionante.

Thursday, April 28, 2011

l'autocaravan era meglio

È da tanto tempo che non mi visito.

Non che non vada dal medico, la mia ipocondria non me lo permetterebbe mai...anche se la dichiarazione dei redditi (IRS) che non ho ancora compilato dice che di visite specialistiche e stomatologiche nel 2010 non ne ho fatte.

Non mi sono visitata molto perché avevo altre cose terra terra da fare, invece di starmi a psicanalizzare.

Un.
Due.
Tre.
Via:

Questo titolo parafrasa un titolo che ho già letto e riletto...Non importa.
Che sia freudiano o no.
No.
C'é una certa tragicità anche qui:
Sono porte che fanno il loro banale lavoro di aprirsi e chiudersi - anche se raschiano un po' il pavimento e con l'età cigolano un po'.
Sono pagine che si girano, per mero effetto dell'essere sfogliate, del futuro che impelle, come la pí-pí.

Futuro, o bisogno umano.

Nel mentre che il futuro mi scappa, il pó-pó, il quid, il nocciuolo della questione sta attorno la solita cosa:

LA CASA.
La casa lontana da Casa.
LA CASA lontana da Casa.
LA CASA lontana da CASA.

la casa LONTANA da casa.
LONTANA.

Ogni emozione o fatto relazionato con le maiuscole e con le minuscole NON é, né sarà mai puramente casuale.

Seppur pedante.

Sto per comprare casa e, indi, sto per stipulare un debito con una banca, una cosa lunga una vita, in tempi magri, con l'FMI a voler obbligare la gente a ricevere la 13a e 14a in BOT. (sic!)

Sto per comprare casa, me lo ripeto come una preghiera a stessa, non un mantra vero e proprio. Una preghiera.

Mi prego di non fuggire dalla realtà. Di rimanere col culo spiaccicato sulla realtà.
Al tempo stesso mi prego di non farmi prendere da IL Panico.

Dicevo al mio amico J***: "J, sto diventando scema: sto comprando una casa...la cosa che mi preoccupa é che é la Casa lontana da Casa (vedi maiuscole e minuscole del caso, di cui sopra)".

Pragmaticamente mi ha risposto: "Anita, LA CASA é dove il Cuore sta"

Sono andata in crisi. Era meglio se mi fossi comprata un Camper.


Per raccogliere le mie bricioline di me lontane da me tutte le volte che mi va.
Bastava metterci un pannellone solare sopra per farlo camminare.

Ma il futuro impelle, mi tocca di andar a far pí-pí.


(immagini dal web)

Monday, March 7, 2011

Palline, masse.

Inutile la lotta contro le masse. anche se una mamma ordina "stelle filanti e coriandoli solo fuori", c'é sempre qualche ribelle pallina di carta colorata che si impone, disubbidiente e piena di coraggio, sul pavimento

Wednesday, February 2, 2011

un gomitolo di racconti, per una bimba nata il trefebbraioduemilasei|2e34


Scrivevo nel febbraio del 2007:
***
Mia Piccola,
Eccoti qui, che ancora mi sembri appena nata e già quasi cammini come me, mangi come me, parli come me!
No, non urli come me. Io insulto il Signore, tu mi strappi le budella.
Alla fine del tuo primo anno di vita ti faccio il regalo della nostra piccola storia. Un regalo che ancora non so quando darti, con i dovuti interessi.
Il giorno della tua prima volta (se me lo racconterai), dei tuoi 18 anni, del tuo grande primo viaggio da sola, della tua laurea, della tua ultima e sofferta uscita di casa, della nascita del tuo primo figlio.
Che luoghi comuni, cribbio.
Conoscendomi te lo darò il giorno che mi viene in mente, se non lo trovi tu prima.

So che ti guardo, cosi piccola e pura, con i tuoi capricci e i tuoi grandi occhi bagnati; le tue risa, il tuo piccolo becco rosso; le tue guance da mordere e stringere tra le mani.
La tua vocina mi fa vibrare lo sterno di dolcezza. Da quando sei nata, sembri trasportare una saggezza che l’umanità, crescendo, solitamente perde, piccolo gnometto rosa.
Sembri una pesca. Profumata e pallidina, rosa e dolce, con un nocciolo testardo da proteggere dalla solitudine.
Vorrei essere più presente, perderti meno in mezzo ai miei pensieri pesanti.
Se questo racconto non sarà un polpettone del tutto patetico, magari lo pubblico, un giorno di questi. Che si sappia in giro quanto ti amo!
Quando nasce il primo figlio, succede che si sente come un’armonia totale con tutte le donne del mondo e con l’universo.
Non é una sensazione costante. A volte ne vorresti strozzare qualcuna.
Quelle che vengono a trovare il fiorellino appena nato con il treno e non si vanno a lavare le mani. Poi al fiorellino di 5 giorni viene una congiuntivite acuta.
Quelle che svegliano il frugoletto appena addormentato con tanta fatica perché si sono spruzzate addosso troppo profumo.
Quelle che ti dicono fai-così-e-cosà; quelle che ti dicono non-fare-così-e-cosà. Quelle che non ti dicono assolutamente nulla.
E soprattutto, almeno metà delle donne che lavorano in ostetricia, quelle che ti infilano bruttamente un clistere nel di\backslash\dietro; quelle che ti rapano la passera a secco, con un bic monolama. Quelle che mi hanno trattato come un'idiota quando ho detto che non avevo mai cambiato un pannolino.
Quelle che non mi dicevano nulla su quando avrei potuto rivederti.
Sento di aver cancellato in parte il dolore di quello strappo, quattordici ore post-cesareo senza vederti, né stringerti, né parlarti. Ore con l’orecchio proteso al telefono del corridoio del post-operatorio per saper quando sarei potuta salire in reparto.
Avevo nel ricordo solo il momento in cui l’infermiera spagnola ti ha appoggiato sulla mia spalla sinistra.
Eri nata da un attimo appena e mi hanno dovuto svegliare, svenuta che ero.
Con quel berrettino azzurro-bianco-e-rosa eri tutta tua padre, ma gli occhi no. Brillavano azzurri, guardando la grande luce della sala operatoria. “Come sei bella!” ti ho detto.
Non ho pianto, è stato un parto a metà.
Ora ho superato anche la frustrazione del non averti messo al mondo, del sentire tirare, come se ti avessero strappato da me. E ti hanno strappato, ma é stato per via del tuo battito, perché io-mamma me ne sono accorta che non stavi bene.
Ma sei nata e stavi benone qui fuori. Non ho sentito il tuo primo vagito, il tuo primo, incazzato, “Ehi, sono qui fuori, mammaaaah!!”. Non che non ne abbia fatto il pieno dopo.
Non ho nemmeno visto la faccia del tuo papà quando ti ha visto per la prima volta. Lui non poteva stare con me in sala operatoria. Ma dopo che sei andata in giro a farti conoscere e rimirare da lui e dalle nonne, succhiandoti la manina, lui è venuto da me a baciarmi ed abbracciarmi. Era così preso! E io tremavo di freddo e dolore, piena di macchine attaccate a misurarmi la vita.
E quando lui è partito, sei tornata tu, potevo reggerti con un braccio soltanto, l’altro se ne stava preso in un barometro sanguigno.
Avevi tanti capelli, li avrò visti in quel momento?
Ma eri affamata e ti sei messa subito a piangere, come fanno i neonati. Un pianto strozzato a tratti, una voce sottile ma più grossa e potente di quel che mi stessi aspettando. Così ti hanno riportato via. Lontana tante ore.
Quell’infermiera di Malaga era davvero carina. Mi ha accarezzato il petto durante l’operazione e durante la notte mi ha fatto compagnia. Stavo veramente un cencio. Volevo parlare in spagnolo. Non riuscivo.
Volevo parlare. Ci siamo scambiate storie sul qui e sui rispettivi là, sulla famiglia.
Diventi mamma e la tua rivolta verso casa si fa sempre meno acuta. Almeno per me, acuta e acuminata, lo era.
Tutto sommato, manca la nostra vita come l’abbiamo conosciuta quando ce la siamo fatta amica. Gli amici, l’appoggio.
La mamma.
Capiamo le donne quando siamo mamme, in una pace magica.
Capisci tua madre, tua nonna e tua bisnonna. Le mamme in India, in Cina, nelle tribu in Amazzonia...Le madri di tutti i mondi possibili e tutto il loro fardo di pene.
Ma ancora sei mamma da troppo poco tempo per non essere figlia, e ci vedi meglio.
Capisci l’idea. Quell’armonia fondente generata dalla purezza profumata che all’impprovviso ci troviamo a cullare, da quel sorriso che con le settimane si apre sempre di più, dal latte che (senza stress esogeni) ti sgorga naturalmente dalle tette all’ora esatta della poppata.
La mammifera che lecca il cucciolo.
***
E so che ho scritto ancora sulla tua nascita amore mio, forse ancor prima del febbraio del 2007. E scrissi anche dei rasta di tuo papà che cadevano dolci sul camice cor-de-rosa mentre non sapeva quale ciclo di respirazione mi doveva far fare e io avevo studiato e avevo i bigliettini per paura di non passare l'esame.
Dov’é accidenti è quel quaderno con l’altra parte della storia del 3 febbraio 2006?
È in casa. Non scappa.
Nel febbraio del 2007 continuavo:
***
Ieri pomeriggio, tornata dal lavoro e fagocitati n. 3 involtini primavera, mi sono stesa sul mio lettone, con mia mamma e con te che avevi la classica febbre e irrequietezza da denti.
Mia mamma si è messa a ricordare di come le facesse impressione staccarmi i denti da latte, quando questi stavano per cadere. Lasciava spesso che fosse mio padre a farlo, con il suo maschile sangue freddo e le sue idee ingegnose sulla combinazione porta-filo interdentale.
Quando nessuno interveniva a separarmi dal mio osso provvisorio, me lo trovavo improvvisamente a navigarmi in bocca, in un piccolo mare chiuso di sangue e saliva, sospinto dalla lingua e accarezzato dalle papille gustative che ne assaporavano le forme sbrecciate.
Ieri, mentre ricordavo queste sensazioni e cercando di ricordare anche il dolore che sta attaccando le tue gengive, mi è tornato in mente un particolare della mia piccolitudine (o in italiano vero: infanzia) e di mia nonna, donna contraddistinta da una maternità algo sadica.
Mia nonna a-do-ra-va togliermi i denti, strapparmeli di bocca al primo segno di instabilità. Quando avevo un dente pericolante, in vena di originare una piccola frana orale, facevo di tutto per evitare di andare a casa sua. Se proprio dovevo, facevo di tutto per nascondere il pericolo di crollo.
Se per caso si accorgeva di qualche movimento strano della lingua, tipico di “una lingua che batte”, mi faceva aprire la bocca e, qualora il suo sospetto fosse verificato dalla perizia, correva al grande comò scuro e lucido in camera sua, apriva il primo cassetto, pieno di biancheria minuta e di profumi da Nonna Elda, ne estraeva un fazzoletto e io...capivo.
Ancora ricordo la senzazione al tatto con quel profumo di cotone spremuto contro le mie giovani gengive e la mia lingua che si seccava repentina.
Quel leggero ma doloroso crick, quella stratta solida e quel “tó bela, strica un poc”.
Metteva da parte il mio dentino e mi dava qualche moneta, a volte addirittura una banconota da 5 o 10mila lire, da mettere nel protamonete di ferro con i piolini rifiniti con pietrine azzurre, che mi aveva regalato per riempirlo dei piccoli bottini metallici, vinti durante pomeriggi passati a giocare a scala quaranta con lei e, a volte, con le sue amiche.
Ovviamente quando perdevo non pagavo mai.
***
È arrivato il momento di mettere insieme, in un filo, tante piccole storie che ho scritto alla mia Du, che ancora la guardo e divento piccina.
La Du che cresce tanto in fretta e domani sarà qui, a leggere su Intergnént, se ancora esisterà domani.
Penso tante cose. Sarà perché mi rendo conto che non riesco a fare tutto quello che vorrei fare. E non riesco ad essere tutto quello che vorrei essere.
Semplicemente avremmo bisogno dei mille noi che albergano i mondi possibili. Avremmo bisogno che la piantassero, questi noi, di vivere vite in mondi paralleli. Non sta mica bene! Che ci prendessero a braccetto.
Una giornata piena di ore, senza mai essere stanchi, senza mai drogarsi. Credendoci e stop.
Un mondo solo, dove abbiamo finalmente capito che siamo poi delle sardine, che pensano di nuotare, ma in realtà fluttuano al sapore della corrente, e continuiamo a vivere in questo mare, solo perché siamo vicini l’uno all’altro e perché le nostre squame sono scivolose e cangianti. Che lo squalo e il delfino e la scatola di sardine sono lì, pronti a finirci.
E se non ci amiamo siamo proprio finiti.

Thursday, December 23, 2010

della revisione degli appunti e del tiramisù nel frigo

Mezza sigaretta basta e avanza. Che schifo.

La valigia che aspetta di esser riempita di roba sporca, perché quella pulita non si asciuga.
Mannaggia, non si asciuga proprio.

La valigia scaldata dalla gatta che ci dorme sopra, dopo averla spagliata, invece di rincorrere il pappagallino che vola felice, prima di rimanere chiuso in gabbia durante le nostre ferie, per lui da trascorrere da mia suocera.

Gli amici, vecchi e nuovi, ad ascoltare con gli occhi qualche volo pindarico della psiche, attraverso la techne.

Un bicchiere, il secondo, pieno di Porto, aperto per mescolarlo al caffè del tiramisù, ora nel frigorifero a prender consistenza ad aspettare una sacra spolverata di cacao amaro e cioccolato a scaglie morbide. Mi rendo conto di aver già cenato, nel preparare il dolce.

Mi rendo conto che il mio Natale è questo:

L'idea che se non fosse per laDu, forse non sentirei il Natale.
Non è per il fatto che lei è piccina e i bambini, e il Natale, e cazzi e mazzi.

È perché i ricordi dell'infanzia, durante il Natale si fanno più vividi.
Quella farfalla nello stomaco che svolazza e mi suggerisce che forse mi sono reincarnata prima di morire. Mi rivedo in lei.
Vedo quello che da lei, Anna piccina, mi ha portato fino qui.

Con questo non voglio dire che stia facendo dei piani per lei, che voglio che lei sia quello che io non sono stata.
Certo, voglio che sia sempre felice. Ma perchè lo sia, che scelga lei la strada.

So solo che quando ero piccolina, ero come lei. Dolce, lamentosa e con un cuore enorme.

Al tempo stesso, sento le mie anime gemelle, sparse in questo mondo e nell'altro. So che sono lí, da qualche parte, algures - una delle mie parole preferite.

Sogno ad occhi aperti una festa, una bella festa, senza gente ubriaca fuori misura, solo un po' ebbri, dove il gioco della verità non fa male a nessuno... Ma forse quella festa lì può esser solo un funerale - non che ne abbia in progetto uno (risate di fondo).

Una festa dove non ho lividi, nè ombre. Se non sembrasse tanto frivolo, aggiungerei che nella festa non ho kg di troppo. Lo aggiungo?
E sia.

Comunque nella festa sono quella che sono sempre stata.
Non è questione di voler tornare indietro, ma di voltar pagina, e cominciare a scrivere, più saggi.

Occhei, é arrivato il momento di far nevicare cioccolata sul tiramisù e andare a fare la valigia.
Buon Natale, a chi mangerà il mio tiramisù, ma anche a chi non.

(Ah, e un silent vaff*** al mio lavoro metallico).
Fui.

Monday, December 6, 2010

Dei racconti di Natale



Come un furtivo Robin Hood dei piccolo-borghesi, ho finito di incartare con la foresta amazzonica i regalini per mia figlia - ma che soddisfazione pensare a quando li aprirà! Che caldino intorno al cuore...

Regalo n.1 = il gioco dell'oca delle principesse
Regola n.1 = collezionare i gadget per andare alla festa del principe e aprire le danze con lui.

Mi sono chiesta: "che valori le stai dando? 4 donne a spartirsi lo stesso uomo?"
Mi sono risposta: "dai, dopo le spieghi tra le righe il concetto dell'uomo-oggetto e te la puoi continuare a raccontare ancora per un po' circa i tuoi principi femministi".

Monday, November 29, 2010

del gas, della comunicazione scuola-famiglia, della tredicesima

Fa un freddo boia nelle case portoghesi.
E proprio nel momento di freddo absolut, tipo vodka all'uscita del congelatore, ecco che finisce la bombola del gas.
(Non è proprio che finisce. Semplicemente termina di avere una quantità tale che permetta alla pressione del gas stesso di raggiungere il boiler.)

L'Annina non si dà (mai!) per vinta e decide di terminare totalmente il gas, mettendosi ai fornelli e cucinando tutto il contenuto del frigorifero in procinto ad andare in malora...
E ha cucinato tanto e tanto che tutta la roba stesa, a finire eroicamente di asciugarsi facendo fronte all'umidità domestica che trasuda dalle pareti, ha assunto un odore dolciastro di torta allo yogurt e di agro tipo zuppa di cipolla (n.3 cipolle, n.3 patate, n.2 rape, n.6 spicchi d'aglio).

Oggi sentivo la presenza dei miei piatti nel maglione, che quasi sembrava di porcellana, mentre ero imbarazzantemente al lavoro.

Sempre ieri, domenica, per rimanere in tema culinario, il mio agrodolce rincasa e da brava massaia avviso della mancanza di energie rinnovabili solo attraverso pagamento di 20 eipos a bombola. "Chiama i signori del gas, domattina"

Col cazzo. Impossibilitata di contattare il mio agrodolce, chiamo i signori del gas, trenta secondi fa. "No, nessuna prenotazione a vostro nome. Domani mattina? Nonseneparlaproprio, siamo già pieni a quest'ora per domani. Mercoledì. - tututututututu"

***

Da un mese si profila all'orizzonte la festa di Natale alla scuola del virgulto.
Me ne avevano parlato come di una graaaande festona con tutte le classi et rutilantis cazzis varis.
Alle varie riunioni ci hanno fatto sempre la sega della comunicazione Scuola-Famiglia. Che bisogna essere un unicum (non l'amaro) di gestione delle situazioni. Che i figli devono anche imparare ad essere gli intermediari delle informazioni che ci si possono scambiare....bla bla bla...splash (...)
- Secondo quanto riportato dalla mia piccola messaggera, la festa sarà il 14 prossimo venturo.
Il quattordici è un martedì.
Il quattordici non è di conseguenza un sabato (scusate la menagrama ridondanza).
Stasera, mentre aspettavo la Du nella sala dove consegnano i bambini, una signora ha chiesto all'addetta: "Ma la festa?" "Cominciano il 14"
...L'Annina si lascia scappare con fare Poirot: "ah, allora è vero" (le avevo già chiesto la stessa cosa 5 giorni fa e aveva risposto che non ne sapeva nulla).
Addetta: "Cominciano, non vuol dire che siaa..."
A: "perchè non sabato??"
Altra mamma: "Sì, ecco, il martedì è un po' un brutto giorno..."
A: "No, non è un po' un brutto giorno. È molto un brutto giorno! Il 14 é infrasettimana. Come potete pretendere che i genitori si prendano pomeriggi liberi dal lavoro?"
Addetta: "eh, ma iniziano dal 14...un giorno i bambini di tre anni, un giorno quelli di quattro - alla faccia della graaande festa - ...ma se non va bene il giorno allora dovete parlare con la direzione"

Stucazzu la direzione! Ci comunico io con la direzione.

Stamattina pioveva a dirotto, ho messo le scarpine da ginnastica nello zaino della Du ...e queste le hanno detto che non avevano tempo di cambiarle le scarpe e le hanno fatto fare ginnastica con le galosce, tipo Robocop. E la piccola messaggera, che come visto dice sempre la verità, glielo aveva detto; "perchè mamma non mi puoi mandare a scuola con la cintura, perchè non hanno tempo di tirarmi giù le braghe".
Io voglio una circolare per tutte ste cazzate e per tutti gli avvisi, con anticipo. O altrimenti invio un bestemmione tramite figlia.
Alla faccia della scuola cattolica.

***

Wow...la tredicesima! E ho quasi sistemato tutti i miei (pochi) regali. Alla faccia del commesso del supermercato nel centro del ghetto che mi guardava mestamente quando mi ha presentato il conto.
Ah...il collaudo. Ah...la marmitta rotta, proprio in tempo per doverla aggiustare subito.
Ah...la padrona di casa: "Sim, menina Anna, la chiamo per l'affitto. Dobbiamo incrementare l'affitto secondo il tasso di inflazione...." "Signora sono in metro. Mi chiami dopo, si?"
Ah...il cazzo della e-bolletta della luce, impagabile, il codice non funziona. E ormai é scaduta...e arriverà la multa.

Meno male che c'é la tredicesima.
E che da dopodomani sono ufficialmente disoccupata.
Ufficiosamente no.
Aspettiamo un nuovo contratto, più capestro di prima.

***

Poc'anzi filosofavo con la Giulia: forse é il fato che mi manda queste piccole cose per farmi urlare un canchero una tantum, giusto per propormi un'ironica valvola di sfogo per i grandi massimi sistemi che mi prosciugano l'olio degli ingranaggi.