Monday, February 17, 2014

Popota

laDú mi chiama POPOTA (fig.). ma lo fa in un modo tanto dolce che le ho detto: "avrò nostalgia poi di sentirmi chiamare così da te".
risposta: "non ti preoccupare, poi ti chiamerò POPOTA MAGRA."

laDú chama-me POPOTA. mas fá-lo de uma maneira tão meiga que lhe disse: "vou ter saudades depois, de me chamares assim".
resposta: "não te preocupes, depois vou te chamar POPOTA MAGRA."

... tenera.

Saturday, February 1, 2014

piccole soddisfazioni sul far della sera.

1 anno al conservatorio che puoi riesumare quando è ora di spiegare a tua figlia come leggere una musica in 5 minutini.

1 bimba grande che dice "mamma, non ti preoccupare, ci penso io, faccio tutto da sola" (anche se poi la vai a spiare lo stesso <3).

1 grande barriga maracas che mi fa cucù e 1 lista di cose da fare prima del giorno X che pian pianino si accorcia.


godiamoci l'influenzina e divano in tranquillità.

Tuesday, January 28, 2014

Un corpo

Riesco ad essere soddisfatta del mio corpo solo quando sono incinta.
È terribile.

Poi il resto conta poco, non riuscire a stare in piedi, sedute, sdraiate, fare la cacca e la pipì, mangiare, fare l'amore, come una persona normale.

Questa rotondezza pasciuta e asciutta al tempo stesso.
Questo piccolo essere scalciante che spero non senta male quando sbatto inavvertitamente contro le cose.
Questa pelle tesa, queste rughe in vacanza, questi peli congelati. Grazia e acidità di stomaco.

E finalmente casa, per ascoltare il corpo e il piccolo Iago in uno solo, finché c'è il tempo, che è poco.




Sunday, September 29, 2013

Meno male.

"Mamá, tu foste feita para ser mamá" (trad.it. "mamma, tu sei stata fatta per essere mamma.")

Thursday, September 26, 2013

io vi odio

Voi, ominidi di ogni età, genere e provenienza sociale, che sputate per strada, che scaracchiate dal fondo dell'anima e del polmone, come se non ci fosse domani. Preferirei che vi faceste una bella scoreggia.

Voi, genti incapaci di rispettare lo spazio prossemico altrui e magari manco sapete di cosa io stia parlando.
No, ecco, visto che sicuramente non lo sapete, ve lo spiego: voi, che vi sedete sopra di me nella metro; che mi spintonate per entrarci anche quando c'è ancora gente a uscire; che nelle file non rimanete dietro quell'utilissimo segnale con scritto "attendere qui il proprio turno".

Ecco. Io vi odio.

Voi, minorenni, di sette/otto anni, di ogni genere e provenienza sociale, che picchiate e trattate male mia figlia a scuola.
Oh, se vi odio!
Anche se potreste avere alcune possibilità di recupero, vi odio moltissimo.
E odio anche quei professori che mi considerano LA madre assente, perchè lavorando come un somaro mi devo baldare dalle riunioni dei genitori, il cui preavviso medio è di cinque minuti.
Fossero tutti assenti come me, in seconda elementare almeno saprebbero tutti leggere.

Voi, impiegati dell'ente dell'energia elettrica di ogni grado, che mi mandate bollette strampalate e che ormai non chiamo più perchè è un'inutile rottura di coglioni.

Voi, colleghe che non vi siete mai presentate e adesso mi toccate la pancia e mi dite che "boa! un maschio, stavolta ci hai prorpio preso!"

Ecco, voi sareste solo degne di sdegno, ma visto che mi toccate senza il mio permesso, vi odio pure. E tanto.

Ah, e odio anche voi, che mi avete sempre fatto credere di essere una buonista del cazzo.




Friday, September 13, 2013

Dieci


Tra dieci giorni compio dieci anni all’estero.


Dieci anni fa, per l’undici settembre, nonostante fosse il trentennale della morte di Allende, i giornali erano tutti troppo americani per ricordarcelo tanto. Due anni erano troppo pochi. Io ribadisco: Viva Chile!

Quest’anno, quarant’anni dopo l’assalto a La Moneda, mi è parso vedere qualche foto e articolo in più. Ma forse mi sbaglio, non ho ora strumenti empirici per misurare. Ora che sono la regina delle fattucchiere.

Negli ultimi dieci anni ho cambiato tanti lavori, nessuno che mi piacesse davvero.



10 anni fa non sapevamo che sei mesi dopo avremmo avuto i nostri lutti anche in Europa.

L’11 marzo ero a Santiago e mi sentivo vicinissima a Madrid mentre vivevo i primi appassionanti mesi della mia storia. E mi chiedevo cosa sarebbe successo domani, a Erasmus finito. Dove avrei vissuto e come avrei fatto a vivere senza di lui.


Oggi a Lisbona. Tra sei mesi, se tutto andrà bene, nascerà il mio bimbo e farò della mia piccola grande donna di 7 anni, la sorellona più brava, buona, dolce e pazza del mondo.

Ancora non ci credo.


Dieci anni e l’Italia mi par la stessa. Ancora e sempre in balía di sua maestà il Cavaliercoso, della TV e delle mafie.
I miei amici mi sembrano sempre uguali, il tempo immutabile, più che gentiluomo. 
Anche se (finalmente) alcuni diventano genitori.

Alle volte mi sembra che niente sia cambiato. Forse dovrei fermarmi di più a scavare, invece di riempire di pugni le valigie e scappare via dalla frenesia neurale della mia famiglia, trascorse due settimane.

So che alcuni hanno sofferto molto e io non potevo essere là a dare il mio abbraccio fisico.
A volte l’ho saputo troppo tardi e per questo mi sono arrabbiata di una rabbia che non riesco a raccontare.

In questi dieci anni ho perso lauree, nascite, matrimoni (chissà perché metto prima le nascite dei matrimoni).

In questi dieci anni ho perso un grande amico e ho imparato a salutare tutti gli altri, come se ci dovessimo vedere domani o anche mai più. O solo di notte, nei sogni.


Ora so anche che spesso non sono le cose a cambiare, siamo noi che lo facciamo. Lo sguardo muta, sarà la pesantezza delle palpebre di noi che il botox non lo usiamo.

E so che le cose non devono per forza sempre funzionare, ma nemmeno noi dobbiamo desistere e abbandonare la Lotta, soprattutto alla prima, per orgoglio e paura.
Per amore dobbiamo anche apprendere la resilienza, quella vera. Y aguantar. E perdonare.

Ma pure il contrario è vero. A volte ho abbandonato in partenza, per aver imparato dai miei errori il rispetto per me stessa. Ma in questo caso chiedo io perdono, semmai c’è da chiederlo.

Sunday, August 18, 2013

Ti vengo a prendere io.

Pomeriggio.
D: "Mamma, quando vieni?"
A: "Sabato prossimo. A quest'ora sono già lì da qualche oretta!"
D: "Sai che io ti vengo a prendere all'aeroporto!?"
A: "Che bello!! Non vedo l'ora!
D: "Neanche io."
A: "Volevo proprio che venissi!!"
D: "Sai se viene anche un adulto?"
A: "Eh...verrà il nonno."
D: "Ottimo!...allora vengo con lui."

Sera.
D: "Mamma. Sto contando i giorni"





 Tarde.
D: "Mamã, quando chegas?"
A: "No próximo sábado. A esta hora já tou ai há umas horinhas!"
D: "Sabes que vou-te buscar ao aeroporto!?"
A: "Que fixe!! Tou mortinha!"
D: "Também eu."
A: "Queria mesmo que fosses!!"
D: "Sabes se também vai algum adulto?"
A: "Acho que o avô deve ir."
D: "Fixe!...então vou com ele."

Noite.
D: "Mamã. Tou a contar os dias."


Saturday, June 22, 2013

Tandem onirici. 

La mattina eccoti invece sul monociclo, a riflettere sul perché di quei sogni monorotaia.

Dal tanto pensare, son caduti anche i birilli. Catrapúm.

Ma lo spettacolo deve continuare.
Rialzati, riprendi i cazzo di birilli, pedala. Sorridi.

Avanti.
A sognare quel tandem che va sempre a parare in quel campetto aperto, tra le montagne e l'oceano, ci sei solo tu.

Pedala.
 

Wednesday, June 12, 2013

L'età del succedaneo


Una vita.
Tutto ordinatino, pronto alla compravendita. Aspettando che arrivi il cliente finale.
Stiamo tutti lì, come sullo scaffale di un supermercato.
A guardare i carrelli passare.

Un giorno arriva uno, ci prende e ci porta via.
Ci scarta, ci mangia e rimangono i resti (di noi, l’avevi capito?).
Magari li butta anche via.
Uno vale l’altro. Non esiste l’indispensabile.



Una vita.
Casina, macchinina, qualche attrezzo per il bricolage.
Tutto ordinatino, che sembra già comprato, anche se non è tuo.
Infatti tu non hai comprato un bel niente.

Ti è parso; sono loro che hanno comprato te, offrendoti soldi che non sono tuoi.
C’è scritto sull’estratto conto. C’è il meno davanti.

Ecco. Sto per chiudere gli occhi, il che non sarebbe male se non fossi qui, dove dovrei far soldi per conto terzi.

 Alla fine, l’unico lusso che ci possiamo prendere per dirci liberi è ripeterci che “stiamo lottando dall’interno”.

Dirlo sottovoce, come un mantra, per calmarci i nervi. A noi che vogliamo che i nostri figli siano liberi.
Rifiuto certe maglie e certe intese.

I moschini si accumulano sulla retina, ballano felici. Io un po’ meno. Urge dormire. 
Per rimanere vigili, urge scrivere.
Stasera, caro santo Antonio dei beóni, almeno una che mi porta a ballare l’ho trovata. La bellezza della mia vita.
Quella che mi accanisco a difendere dall’utilitario morire giorno per giorno e diventare come tutti gli altri.

Quella per cui mi convinco che la storia non si deve per forza ripetere.

E dall’ostinazione ferina arrivano le paturnie, seduta di notte con le orecchie tappate, per ignorarne i battiti e aspettare che sia abbastanza.

Tum tum. Tum tum.
Tutturumtrumtrum (alla cazzo).
Pillolina.
Ciao.

Monday, June 10, 2013

The Big Lettuce*

Bah.

Io non sono come tutte le altre.
Io non riesco ad amarti incondizionalmente.

Sarà che non trovo poetica la tua decadenza. Il tuo dimenticare.
I palazzi crollano e tu te ne freghi un po'.
La gente muore e tu immobile, annusi i tuoi fiori che tardano a sbocciare e la puzza di piscio che il vento non sa lavar via. E allora piove.

Sarà che non mi ricordo di una notte di pacifica e spensierata pazzia, senza dover aspettare in piedi che le ore passino, con il bicchiere in mano. Senza fili di amarezza o saudade.

Sarà che non mi fai ballare come piace a me.

Sarà che amarti sembra troppo facile e io non voglio stare al gioco.
Mannaggia a me, non riesco a perdermi.

*Alfacinhas, da alface (lattuga), sono i cittadini di Lisbona.

Friday, June 7, 2013

Incidenti


Come qualcuno sa, la signorina è reduce da un piccolo incidente avvenuto a febbraio (lasciarle usare una sciarpa a mo’ di corda da saltare non è stato proprio un apice felice del mio istinto di protezione della creatura).
Fiumi di porpora.

Al tempo siamo corse all’ospedale pediatrico dove, dopo qualche ora e i raggi X a naso e mento, hanno verificato che non ci fossero fratture e ci hanno mandato a casa a dormire dicendo “tornate domani per la visita dentistica”.

L’indomani il papi in giornata libera è andato con la fanciulla, come indicato, “per la visita dentistica”. Li hanno rispediti a casa con la promessa che l’impegnativa per l’appuntamento sarebbe arrivato via posta. Giro ad minchiam (licenza Viz).

E fu così che abbiamo ricevuto, dopo un paio di settimane, un cartoncino timbrato dall’ospedale con scritto “consulta de medicina dentária” – data 06.06.2013 – ore 14:00 – presentarsi 20 minuti prima.


Ieri.

Ci siamo presentate senza i 20 minuti d’anticipo, giacchè la piccina, invece di essere a scuola, era a una gigafesta a casa di dio, con altre 13.454 scuole del circondario lisboeta. Trova la bambina nel bambinaio.


Ieri. Ci chiamano per entrare, dopo l’anticamera di rito, per la “visita”.

Le dicono “siediti.” e lei, ubbidiente, lo fa.

Le dicono “apri la bocca.” e lei, solerte, esegue.

Le fanno un raggio X ai due (due – 2 – cristo santo - due) denti incisivi superiori centrali.

“Ok, tutto a posto, può andare.”


“Scusi, ma…già finito? Oltretutto penso che abbia una carie, ho visto ora”

“No, noi curiamo solo i bambini con l’AIDS, Trissomia 21 e malattie di lunga decorrenza. E vabbè…le urgenze”

Doveva essere una visita, porcavacca.


Non sono riuscita a spiccicare una parola. Basita, rintontita, ripiegata nella nullità di quella “visita” …”urgente”…per cui abbiamo aspettato 4 mesi.

Regole di un sistema che non capisco, va bene. Ma non poteva almeno dare un occhiata a quella macchiolina nera e  dirmi “carie sì” oppure “carie no”?


Raggi X.

Dúnia aveva altri esami da fare, con l’impegnativa del SNS (Serviço Nacional de Saúde), visto che ci trovavamo nell’ospedale pediatrico PUBBLICO, ho pensato di approfittare per non dover prendere un altro permesso.

Dopo aver girato come una cretina per trovare il reparto giusto, mostro il foglio alla signora alla reception.

In sala c’erano 4 o 5 bambini.

Guarda il foglio, guarda me. “Guardi, lei qui non può fare l’esame.”

“Perchè?”

“Perchè l’esame non è stato  prescritto da un medico di questo ospedale.”

Prendo indietro il foglio e faccio per andarmene. Mi salta il coperchio.

Torno sui miei passi.

“Mi scusi signora. Questo non è un ospedale pubblico pediatrico?”

“Sì.”

“Questo foglio non è stato emesso da un medico del sistema pubblico?”

“Sì.”

“E allora?”

“I nostri sistemi non sono collegati.”

“Io questo paese non lo capirò mai.”


Per fare l’esame siamo dovute andare a un ambulatorio privato, appena fuori dalla cancellata dell’ospedale, dove non abbiamo pagato niente, perchè con quel foglio del SNS c’è l’esenzione.

Chi paga l’ambulatorio privato?

Chi paga lo stato per pagare l’ambulatorio privato perchè i sistemi non sono collegati?


Mavaffanculo.

Thursday, June 6, 2013

Sì.

Questa leggenda sulle matri che dicono sempre e solo di no. é che quando é "si" non han bisogno di dirlo ....son già lì che fanno.

Wednesday, June 5, 2013

Bellezza in bicicletta


Giro n. 3 casa-lavoro per la capitale portugäise.

Prospettive sul GiMaps, alla ricerca della ciclabile perfetta. Per togliere il casco, non obbligatorio ancora, ma è meglio se. Per far respirare i capelli ma soprattutto per respirare e basta.

Perchè la parte più difficile non sono le salite e nemmeno non farsi prendere sotto dalle auto.

Non è dribblare i pedoni che non sanno cosa sia quella corsia marroncina con una bicicletta disegnata in vari punti, sempre che la pista ci sia (vedi foto).

La cosa più complicata è l’aria, in un luogo dove l’obbligo alla catalitica è un miraggio e dove sistemare la macchina è diventato un lusso, dato il progressivo impoverimento dei privati.

 
Un signore in mezzo a una rotonda mi guardava nel mio buffo casco bianco e verde (il più secsi che c’era in negozio) e nel mio ancor più ridicolo paio di pantaloni molto poco secsi (una volta detti ciclisti, oggi modaiolamente leggings), particolarmente attillati nella zona culo, da coprire rigorosamente con gonnellina a fiori, una volta nella toilette dell’ufficio.

Il signore sorrideva e mi chiedeva “como é a bicicleta em Lisboa?”.

 

Che sti germogli servano a qualcosa.

Anche io avevo quegli occhi colmi di gelosia e allegria quando passava un ciclista.

Un giorno invadiamo le strade e ci prendiamo tutto, anche l’aria.
 
 

Saturday, May 11, 2013

Un altro primato della montagna

Mamme: un'altra buona ragione per vivere in una bella valle invece che in città.
Basta urlare una sola volta e l'eco si prende la briga di ripetere per te.
Per una nuova neuro-ecologia.

Mães: outra boa razão para viver num belo vale em vez que na cidade.
É suficiente gritar uma vez e o eco faz o trabalho de repetir.
Por uma nova neuro-ecologia.

Monday, April 8, 2013

Zac.

Alla fine, quella storia che il tempo passa lento quando fai sempre le stesse cose é una gran balla. Ti guardi indietro e tutti quei giorni, mesi, anni, sono stati riempiti dalla "stessa cosa". Zac. Veloci ed invisibili come le pagine di un libro che il narratore difficilmente avrà la voglia di scrivere. Quando voli di fiore in fiore o di paese in paese questo non succede. Il tempo rallenta e si riempie. Non mi piace.