Un anno fa, poco più, poco meno, ero nella metro con la signorina D.
Avevamo un foglietto a quadretti con scritto il testo di Bianco Natale, che doveva imparare per la scuola. Una dei tanti compiti esotici che ci accollano, per poi dimenticarsi di chiederli.
Comunque eravamo là a cantare. La nostra vicina di sedile ci osservava rallegrata dalla scena e ci ascoltava sbigottita dalle nostre inabilità canore.
Aspettavamo Iago nella mia panciona già bella rotonda e lo coccolavamo insieme. Ieri.
Ora, si è riproposto il compito dell'anno scorso. Vai di Bianco Natale di nuovo, tanto l'anno scorso nessuno l'ha sentita (a parte il pubblico in metro).
E zuuuuuum, ecco il treno che mi passa sopra.
Ed ecco il magone, ci mancherebbe.
Arriva il natale che qui di bianco ha ben poco, forse solo le pietre della calçada. Qui in casa han deciso di montare l'albero il 28 novembre (ero in minoria). Forse lo hanno fatto segretamente per farmi abituare all'idea.
Torno a lavorare proprio sul più bello. Quando arrivano i miei, quando la signorina D inizia a stare a casa da scuola. Lei che é tanto coccola con suo fratello e comincia ad essere ribelle con me, che alle volte vesto i panni della strega e parlo (urlo?) sempre di più come mia mamma.
Torno a lavorare nel periodo dell'anno in cui la lontananza da Casa mi è più dura, allo stesso tempo in cui pare diventi sempre più difficile tornare.
Torno a lavorare ora che mister I tra un po' inizia a camminare e non voglio perdermi niente.
Penso ai mesi di questa maternità, sfogliati sul calendario, foglie cadute d'improvviso da un albero rosso.
Non sono passati.
Viaggio tra l'extrasistole e la negazione. Intanto qualcosa dentro me mi spinge a oliare le ruote della bici e preparare i motori del cervello per tornare alla routine. E lo spirto guerrier ci rema contro.
Un'automa porta il bimbo al nido per farlo abituare. Una mamma con sudori freddi, fiato corto, palpitazioni e vie lacrimali pronte allo spruzzo, lo va a prendere.
Ho ancora due settimane. Due settimane. Due mesi. Due anni. Due vite. Che differenza fa?
Il tempo è un elastico.
Un caleidoscopio.
Una scatola di sardine in replica (sia la scatola che le sardine).
Un'onda, un profumo.
Una molla lanciata dalla cima di una scalinata.
Ne sento il peso e la libertà.
Se stessi a casa fino all'anno del piccolo allora sì che sarei felice. Forse sentirei di aver compiuto il mio dovere di mamma, un po' di più.
Farei come con la signorina D, anche se allora ero disoccupata. 8 anni fa il mio obiettivo era trovare un lavoro. E l'ho trovato. E ora? Ora che sono stata lontana dal luogo e dal modus vivendi che mi allontana da me stessa, non arriverei comunque a sentirmi incompiuta? Qual è l'obiettivo? Dove voglio andare? Cosa voglio fare da grande? I bimbi prima o poi devono andare a scuola, anche se non così presto. Poi? Sarà che solo attraverso loro riesca a sentirmi una persona piena? Beh, per il momento sì e non me ne rammarico, né mi sento diminuita.
Sono drogata di mamma-ormoni e non me ne vergogno, né voglio la rehab. Non voglio dimenticarmi i profumi di bebé mammone, di cacca-yogurtino. Voglio coccolare tutte le volte che ci va. Non voglio smettere di allattare; non voglio che il mio bimbo mangi la pappe di latte di mucche nestlémerda perché é la scuola che gliele propina... Non voglio un sacco di cose. Ora voglio fare la mamma.
Poi cresceremo, poi vorrò qualcos'altro.
Quindi? Torno? Adatto le mie NON-voglie al mondo che mi aspetta il 15 Dicembre?

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