Wednesday, February 2, 2011

un gomitolo di racconti, per una bimba nata il trefebbraioduemilasei|2e34


Scrivevo nel febbraio del 2007:
***
Mia Piccola,
Eccoti qui, che ancora mi sembri appena nata e già quasi cammini come me, mangi come me, parli come me!
No, non urli come me. Io insulto il Signore, tu mi strappi le budella.
Alla fine del tuo primo anno di vita ti faccio il regalo della nostra piccola storia. Un regalo che ancora non so quando darti, con i dovuti interessi.
Il giorno della tua prima volta (se me lo racconterai), dei tuoi 18 anni, del tuo grande primo viaggio da sola, della tua laurea, della tua ultima e sofferta uscita di casa, della nascita del tuo primo figlio.
Che luoghi comuni, cribbio.
Conoscendomi te lo darò il giorno che mi viene in mente, se non lo trovi tu prima.

So che ti guardo, cosi piccola e pura, con i tuoi capricci e i tuoi grandi occhi bagnati; le tue risa, il tuo piccolo becco rosso; le tue guance da mordere e stringere tra le mani.
La tua vocina mi fa vibrare lo sterno di dolcezza. Da quando sei nata, sembri trasportare una saggezza che l’umanità, crescendo, solitamente perde, piccolo gnometto rosa.
Sembri una pesca. Profumata e pallidina, rosa e dolce, con un nocciolo testardo da proteggere dalla solitudine.
Vorrei essere più presente, perderti meno in mezzo ai miei pensieri pesanti.
Se questo racconto non sarà un polpettone del tutto patetico, magari lo pubblico, un giorno di questi. Che si sappia in giro quanto ti amo!
Quando nasce il primo figlio, succede che si sente come un’armonia totale con tutte le donne del mondo e con l’universo.
Non é una sensazione costante. A volte ne vorresti strozzare qualcuna.
Quelle che vengono a trovare il fiorellino appena nato con il treno e non si vanno a lavare le mani. Poi al fiorellino di 5 giorni viene una congiuntivite acuta.
Quelle che svegliano il frugoletto appena addormentato con tanta fatica perché si sono spruzzate addosso troppo profumo.
Quelle che ti dicono fai-così-e-cosà; quelle che ti dicono non-fare-così-e-cosà. Quelle che non ti dicono assolutamente nulla.
E soprattutto, almeno metà delle donne che lavorano in ostetricia, quelle che ti infilano bruttamente un clistere nel di\backslash\dietro; quelle che ti rapano la passera a secco, con un bic monolama. Quelle che mi hanno trattato come un'idiota quando ho detto che non avevo mai cambiato un pannolino.
Quelle che non mi dicevano nulla su quando avrei potuto rivederti.
Sento di aver cancellato in parte il dolore di quello strappo, quattordici ore post-cesareo senza vederti, né stringerti, né parlarti. Ore con l’orecchio proteso al telefono del corridoio del post-operatorio per saper quando sarei potuta salire in reparto.
Avevo nel ricordo solo il momento in cui l’infermiera spagnola ti ha appoggiato sulla mia spalla sinistra.
Eri nata da un attimo appena e mi hanno dovuto svegliare, svenuta che ero.
Con quel berrettino azzurro-bianco-e-rosa eri tutta tua padre, ma gli occhi no. Brillavano azzurri, guardando la grande luce della sala operatoria. “Come sei bella!” ti ho detto.
Non ho pianto, è stato un parto a metà.
Ora ho superato anche la frustrazione del non averti messo al mondo, del sentire tirare, come se ti avessero strappato da me. E ti hanno strappato, ma é stato per via del tuo battito, perché io-mamma me ne sono accorta che non stavi bene.
Ma sei nata e stavi benone qui fuori. Non ho sentito il tuo primo vagito, il tuo primo, incazzato, “Ehi, sono qui fuori, mammaaaah!!”. Non che non ne abbia fatto il pieno dopo.
Non ho nemmeno visto la faccia del tuo papà quando ti ha visto per la prima volta. Lui non poteva stare con me in sala operatoria. Ma dopo che sei andata in giro a farti conoscere e rimirare da lui e dalle nonne, succhiandoti la manina, lui è venuto da me a baciarmi ed abbracciarmi. Era così preso! E io tremavo di freddo e dolore, piena di macchine attaccate a misurarmi la vita.
E quando lui è partito, sei tornata tu, potevo reggerti con un braccio soltanto, l’altro se ne stava preso in un barometro sanguigno.
Avevi tanti capelli, li avrò visti in quel momento?
Ma eri affamata e ti sei messa subito a piangere, come fanno i neonati. Un pianto strozzato a tratti, una voce sottile ma più grossa e potente di quel che mi stessi aspettando. Così ti hanno riportato via. Lontana tante ore.
Quell’infermiera di Malaga era davvero carina. Mi ha accarezzato il petto durante l’operazione e durante la notte mi ha fatto compagnia. Stavo veramente un cencio. Volevo parlare in spagnolo. Non riuscivo.
Volevo parlare. Ci siamo scambiate storie sul qui e sui rispettivi là, sulla famiglia.
Diventi mamma e la tua rivolta verso casa si fa sempre meno acuta. Almeno per me, acuta e acuminata, lo era.
Tutto sommato, manca la nostra vita come l’abbiamo conosciuta quando ce la siamo fatta amica. Gli amici, l’appoggio.
La mamma.
Capiamo le donne quando siamo mamme, in una pace magica.
Capisci tua madre, tua nonna e tua bisnonna. Le mamme in India, in Cina, nelle tribu in Amazzonia...Le madri di tutti i mondi possibili e tutto il loro fardo di pene.
Ma ancora sei mamma da troppo poco tempo per non essere figlia, e ci vedi meglio.
Capisci l’idea. Quell’armonia fondente generata dalla purezza profumata che all’impprovviso ci troviamo a cullare, da quel sorriso che con le settimane si apre sempre di più, dal latte che (senza stress esogeni) ti sgorga naturalmente dalle tette all’ora esatta della poppata.
La mammifera che lecca il cucciolo.
***
E so che ho scritto ancora sulla tua nascita amore mio, forse ancor prima del febbraio del 2007. E scrissi anche dei rasta di tuo papà che cadevano dolci sul camice cor-de-rosa mentre non sapeva quale ciclo di respirazione mi doveva far fare e io avevo studiato e avevo i bigliettini per paura di non passare l'esame.
Dov’é accidenti è quel quaderno con l’altra parte della storia del 3 febbraio 2006?
È in casa. Non scappa.
Nel febbraio del 2007 continuavo:
***
Ieri pomeriggio, tornata dal lavoro e fagocitati n. 3 involtini primavera, mi sono stesa sul mio lettone, con mia mamma e con te che avevi la classica febbre e irrequietezza da denti.
Mia mamma si è messa a ricordare di come le facesse impressione staccarmi i denti da latte, quando questi stavano per cadere. Lasciava spesso che fosse mio padre a farlo, con il suo maschile sangue freddo e le sue idee ingegnose sulla combinazione porta-filo interdentale.
Quando nessuno interveniva a separarmi dal mio osso provvisorio, me lo trovavo improvvisamente a navigarmi in bocca, in un piccolo mare chiuso di sangue e saliva, sospinto dalla lingua e accarezzato dalle papille gustative che ne assaporavano le forme sbrecciate.
Ieri, mentre ricordavo queste sensazioni e cercando di ricordare anche il dolore che sta attaccando le tue gengive, mi è tornato in mente un particolare della mia piccolitudine (o in italiano vero: infanzia) e di mia nonna, donna contraddistinta da una maternità algo sadica.
Mia nonna a-do-ra-va togliermi i denti, strapparmeli di bocca al primo segno di instabilità. Quando avevo un dente pericolante, in vena di originare una piccola frana orale, facevo di tutto per evitare di andare a casa sua. Se proprio dovevo, facevo di tutto per nascondere il pericolo di crollo.
Se per caso si accorgeva di qualche movimento strano della lingua, tipico di “una lingua che batte”, mi faceva aprire la bocca e, qualora il suo sospetto fosse verificato dalla perizia, correva al grande comò scuro e lucido in camera sua, apriva il primo cassetto, pieno di biancheria minuta e di profumi da Nonna Elda, ne estraeva un fazzoletto e io...capivo.
Ancora ricordo la senzazione al tatto con quel profumo di cotone spremuto contro le mie giovani gengive e la mia lingua che si seccava repentina.
Quel leggero ma doloroso crick, quella stratta solida e quel “tó bela, strica un poc”.
Metteva da parte il mio dentino e mi dava qualche moneta, a volte addirittura una banconota da 5 o 10mila lire, da mettere nel protamonete di ferro con i piolini rifiniti con pietrine azzurre, che mi aveva regalato per riempirlo dei piccoli bottini metallici, vinti durante pomeriggi passati a giocare a scala quaranta con lei e, a volte, con le sue amiche.
Ovviamente quando perdevo non pagavo mai.
***
È arrivato il momento di mettere insieme, in un filo, tante piccole storie che ho scritto alla mia Du, che ancora la guardo e divento piccina.
La Du che cresce tanto in fretta e domani sarà qui, a leggere su Intergnént, se ancora esisterà domani.
Penso tante cose. Sarà perché mi rendo conto che non riesco a fare tutto quello che vorrei fare. E non riesco ad essere tutto quello che vorrei essere.
Semplicemente avremmo bisogno dei mille noi che albergano i mondi possibili. Avremmo bisogno che la piantassero, questi noi, di vivere vite in mondi paralleli. Non sta mica bene! Che ci prendessero a braccetto.
Una giornata piena di ore, senza mai essere stanchi, senza mai drogarsi. Credendoci e stop.
Un mondo solo, dove abbiamo finalmente capito che siamo poi delle sardine, che pensano di nuotare, ma in realtà fluttuano al sapore della corrente, e continuiamo a vivere in questo mare, solo perché siamo vicini l’uno all’altro e perché le nostre squame sono scivolose e cangianti. Che lo squalo e il delfino e la scatola di sardine sono lì, pronti a finirci.
E se non ci amiamo siamo proprio finiti.

Thursday, December 23, 2010

della revisione degli appunti e del tiramisù nel frigo

Mezza sigaretta basta e avanza. Che schifo.

La valigia che aspetta di esser riempita di roba sporca, perché quella pulita non si asciuga.
Mannaggia, non si asciuga proprio.

La valigia scaldata dalla gatta che ci dorme sopra, dopo averla spagliata, invece di rincorrere il pappagallino che vola felice, prima di rimanere chiuso in gabbia durante le nostre ferie, per lui da trascorrere da mia suocera.

Gli amici, vecchi e nuovi, ad ascoltare con gli occhi qualche volo pindarico della psiche, attraverso la techne.

Un bicchiere, il secondo, pieno di Porto, aperto per mescolarlo al caffè del tiramisù, ora nel frigorifero a prender consistenza ad aspettare una sacra spolverata di cacao amaro e cioccolato a scaglie morbide. Mi rendo conto di aver già cenato, nel preparare il dolce.

Mi rendo conto che il mio Natale è questo:

L'idea che se non fosse per laDu, forse non sentirei il Natale.
Non è per il fatto che lei è piccina e i bambini, e il Natale, e cazzi e mazzi.

È perché i ricordi dell'infanzia, durante il Natale si fanno più vividi.
Quella farfalla nello stomaco che svolazza e mi suggerisce che forse mi sono reincarnata prima di morire. Mi rivedo in lei.
Vedo quello che da lei, Anna piccina, mi ha portato fino qui.

Con questo non voglio dire che stia facendo dei piani per lei, che voglio che lei sia quello che io non sono stata.
Certo, voglio che sia sempre felice. Ma perchè lo sia, che scelga lei la strada.

So solo che quando ero piccolina, ero come lei. Dolce, lamentosa e con un cuore enorme.

Al tempo stesso, sento le mie anime gemelle, sparse in questo mondo e nell'altro. So che sono lí, da qualche parte, algures - una delle mie parole preferite.

Sogno ad occhi aperti una festa, una bella festa, senza gente ubriaca fuori misura, solo un po' ebbri, dove il gioco della verità non fa male a nessuno... Ma forse quella festa lì può esser solo un funerale - non che ne abbia in progetto uno (risate di fondo).

Una festa dove non ho lividi, nè ombre. Se non sembrasse tanto frivolo, aggiungerei che nella festa non ho kg di troppo. Lo aggiungo?
E sia.

Comunque nella festa sono quella che sono sempre stata.
Non è questione di voler tornare indietro, ma di voltar pagina, e cominciare a scrivere, più saggi.

Occhei, é arrivato il momento di far nevicare cioccolata sul tiramisù e andare a fare la valigia.
Buon Natale, a chi mangerà il mio tiramisù, ma anche a chi non.

(Ah, e un silent vaff*** al mio lavoro metallico).
Fui.

Monday, December 6, 2010

Dei racconti di Natale



Come un furtivo Robin Hood dei piccolo-borghesi, ho finito di incartare con la foresta amazzonica i regalini per mia figlia - ma che soddisfazione pensare a quando li aprirà! Che caldino intorno al cuore...

Regalo n.1 = il gioco dell'oca delle principesse
Regola n.1 = collezionare i gadget per andare alla festa del principe e aprire le danze con lui.

Mi sono chiesta: "che valori le stai dando? 4 donne a spartirsi lo stesso uomo?"
Mi sono risposta: "dai, dopo le spieghi tra le righe il concetto dell'uomo-oggetto e te la puoi continuare a raccontare ancora per un po' circa i tuoi principi femministi".

Monday, November 29, 2010

del gas, della comunicazione scuola-famiglia, della tredicesima

Fa un freddo boia nelle case portoghesi.
E proprio nel momento di freddo absolut, tipo vodka all'uscita del congelatore, ecco che finisce la bombola del gas.
(Non è proprio che finisce. Semplicemente termina di avere una quantità tale che permetta alla pressione del gas stesso di raggiungere il boiler.)

L'Annina non si dà (mai!) per vinta e decide di terminare totalmente il gas, mettendosi ai fornelli e cucinando tutto il contenuto del frigorifero in procinto ad andare in malora...
E ha cucinato tanto e tanto che tutta la roba stesa, a finire eroicamente di asciugarsi facendo fronte all'umidità domestica che trasuda dalle pareti, ha assunto un odore dolciastro di torta allo yogurt e di agro tipo zuppa di cipolla (n.3 cipolle, n.3 patate, n.2 rape, n.6 spicchi d'aglio).

Oggi sentivo la presenza dei miei piatti nel maglione, che quasi sembrava di porcellana, mentre ero imbarazzantemente al lavoro.

Sempre ieri, domenica, per rimanere in tema culinario, il mio agrodolce rincasa e da brava massaia avviso della mancanza di energie rinnovabili solo attraverso pagamento di 20 eipos a bombola. "Chiama i signori del gas, domattina"

Col cazzo. Impossibilitata di contattare il mio agrodolce, chiamo i signori del gas, trenta secondi fa. "No, nessuna prenotazione a vostro nome. Domani mattina? Nonseneparlaproprio, siamo già pieni a quest'ora per domani. Mercoledì. - tututututututu"

***

Da un mese si profila all'orizzonte la festa di Natale alla scuola del virgulto.
Me ne avevano parlato come di una graaaande festona con tutte le classi et rutilantis cazzis varis.
Alle varie riunioni ci hanno fatto sempre la sega della comunicazione Scuola-Famiglia. Che bisogna essere un unicum (non l'amaro) di gestione delle situazioni. Che i figli devono anche imparare ad essere gli intermediari delle informazioni che ci si possono scambiare....bla bla bla...splash (...)
- Secondo quanto riportato dalla mia piccola messaggera, la festa sarà il 14 prossimo venturo.
Il quattordici è un martedì.
Il quattordici non è di conseguenza un sabato (scusate la menagrama ridondanza).
Stasera, mentre aspettavo la Du nella sala dove consegnano i bambini, una signora ha chiesto all'addetta: "Ma la festa?" "Cominciano il 14"
...L'Annina si lascia scappare con fare Poirot: "ah, allora è vero" (le avevo già chiesto la stessa cosa 5 giorni fa e aveva risposto che non ne sapeva nulla).
Addetta: "Cominciano, non vuol dire che siaa..."
A: "perchè non sabato??"
Altra mamma: "Sì, ecco, il martedì è un po' un brutto giorno..."
A: "No, non è un po' un brutto giorno. È molto un brutto giorno! Il 14 é infrasettimana. Come potete pretendere che i genitori si prendano pomeriggi liberi dal lavoro?"
Addetta: "eh, ma iniziano dal 14...un giorno i bambini di tre anni, un giorno quelli di quattro - alla faccia della graaande festa - ...ma se non va bene il giorno allora dovete parlare con la direzione"

Stucazzu la direzione! Ci comunico io con la direzione.

Stamattina pioveva a dirotto, ho messo le scarpine da ginnastica nello zaino della Du ...e queste le hanno detto che non avevano tempo di cambiarle le scarpe e le hanno fatto fare ginnastica con le galosce, tipo Robocop. E la piccola messaggera, che come visto dice sempre la verità, glielo aveva detto; "perchè mamma non mi puoi mandare a scuola con la cintura, perchè non hanno tempo di tirarmi giù le braghe".
Io voglio una circolare per tutte ste cazzate e per tutti gli avvisi, con anticipo. O altrimenti invio un bestemmione tramite figlia.
Alla faccia della scuola cattolica.

***

Wow...la tredicesima! E ho quasi sistemato tutti i miei (pochi) regali. Alla faccia del commesso del supermercato nel centro del ghetto che mi guardava mestamente quando mi ha presentato il conto.
Ah...il collaudo. Ah...la marmitta rotta, proprio in tempo per doverla aggiustare subito.
Ah...la padrona di casa: "Sim, menina Anna, la chiamo per l'affitto. Dobbiamo incrementare l'affitto secondo il tasso di inflazione...." "Signora sono in metro. Mi chiami dopo, si?"
Ah...il cazzo della e-bolletta della luce, impagabile, il codice non funziona. E ormai é scaduta...e arriverà la multa.

Meno male che c'é la tredicesima.
E che da dopodomani sono ufficialmente disoccupata.
Ufficiosamente no.
Aspettiamo un nuovo contratto, più capestro di prima.

***

Poc'anzi filosofavo con la Giulia: forse é il fato che mi manda queste piccole cose per farmi urlare un canchero una tantum, giusto per propormi un'ironica valvola di sfogo per i grandi massimi sistemi che mi prosciugano l'olio degli ingranaggi.


Monday, November 8, 2010

L'utero è nostro e il segreto della vita

Preludio: laDu sa che i bambini nascono nella pancia delle mamme. Nella, non dalla.

Iersera a cena. Dialogo a due.
"Mamá, os manos? Quando?" (Mamma, i fratellini? Quando?)
"Devi parlare con papà, perché per me okkei"
- Quasi sdegnata, accigliata - "O que é que o pai vai fazer em relação a isso?" (Cosa c'entra il papá? Cosa deve fare?)
"Eh, amore, il papá deve dare una sementinha alla mamma, per metterlo nella barriga"
"Uma semente?"
"Sì tesoro, sennò mica vengono fuori i fratellini. Anche tu sei nata così. Con un semino che il papà ha dato alla mamma"
"Então eu vou falar com o pai" (Allora ci parlo io con il papà) - con fare tranquillizatore -
"...Mas vou dizer-lhe para te dar quatro sementinhas" - sorridendo.


"Du, come pensi che la mamma ce la faccia con quattro, dove me li metto quattro fratellini tutti in una volta sola?"
- Guardando la mia pancia da sopra gli occhiali, concentrandosi nella logistica ma contenendosi dal dire che è grande (penso), timida..."Bé, vais por um ali, outro aqui, outro ali e outro aqui" - indicando con la forchetta.
"No amore, é molta fatica...un semino per volta basta e avanza...poi come fai anche tu a sopportare la mamma?"

Friday, November 5, 2010

Talis mater

Anche se ieri alle sei di sera ero ancora in giro in spadina (o in maniche di camicia), il periodo natalizio é avviato in tutti i negozi, e anche nei supermercati sono tutti più buoni.
Tanto buoni che vendono i gianduiotti!

Emozionata, ne ho portato a casa una scatola.


Così, ieri sera ho fatto provare alla Du il suo primo cioccolattino alla nocciola. Ho scartato il prisma arrotondato e arrotolato nella stagnola dorata e gliel'ho dato.

"mmmmmmmm, é mmmmmmesmooo booooooommmmmmm mamá", diceva con aria soddisfatta, biascicando i bocconi di cielo e lasciando sciogliere il resto nella manina che sempre meno "ina" è.

"Quero mais" e le ho dato il secondo.
Le luccicavano gli occhioni...che tenera.
Come mi somiglia.

Come coltivare i vizi, sin da piccini.

E mettiamoci pure l'autoillusionismo.

Ballavamo in sala, qualche giorno fa, facendo il baffo alla malinconia di Cesária Evora.

Mi sono fermata davanti allo specchio e, come tante volte faccio, mi sono massaggiata disgustata la panza e ho detto: "Dudú, la mamma deve proprio dimagrire".
Poi l'ho presa in braccio. Lei sorridendo a abbracciandomi mi ha detto "Mas não, mamá. Tu tás muito bem assim como estás...Assim tás bonita. Se não ficavas demasiado magrinha, não achas?" (Ma no, mamma. Tu stai molto bene come sei...Così sei bella. Altrimenti saresti troppo magrolina, non trovi?)

Una storia d'amore.
E io mi sciolgo come un gianduiotto in una manina di bimba.

Friday, October 15, 2010

Morale della favola

Stamattina mi truccavo. Sì, mi trucco.

D: "mamá, eu também quero!"
A: "No, amore, non puoi...2
D: "Pk?"
A: "Perché questa é una cosa da vecchie...!"
D: "Mas mamá, tu és uma menina! Uma rapariga! Uma menina!" (Ma mamma, tu sei una bambina! Una ragazza! Una bambina!)

Morale della favola: più giovane é la mamma, più la figlia evita di dire "ma io sono graaaande".

Friday, September 17, 2010

Lapsus

riprendendo in mano il libro Pinocchio regalato dagli zii Silvia e Cruz "ehmmm, Du...dove eravamo rimaste? ah siii! eravamo rimaste a Pinocchio che diceva una bugia e gli si allungava il ca...ehm...il naso" - dei lapsus veramente veri

Tuesday, August 31, 2010

the Lisbon Witch Project

Bene, ho trent'anni.

Sono ottimista, non come a quello della pubblicità che gli cacano in faccia i piccioni, nel senso che il prossimo decennio prenderò decisioni sofferte come quelle del decennio passato. Ma soffrirò meno.

Se tutte le volte ho accarezzato e abbracciato passionalmente la soglia del mio dolore, ora il limite di sopportazione scenderà di brutto.

E abbraccierò passionalmente me stessa, altrimenti mi vengono le rughe e poi nessuno mi direbbe più che ho la pelle come il culo di un bambino e quelli delle promozioni bancarie che mi chiedono se ho meno di venticinque anni alla porta del supermercato, per discernere se ammorbarmi o no, non crederebbero più alle mie bugie non premeditate.

Che il prossimo mio tema, perché diventerò una strega.
Altrimenti la mia dolce apprendista potrebbe soffrirne molto.
Sarò acida come uno yogurt al limone. E per farmi bella mi iscrivo a yoga. Promesso.

Saturday, August 28, 2010

los malos amantes

Quelli che non ci sono mai e quelli che ci sarebbero dovuti essere.
Quelli che non ci sono mai, ma vogliono che ci stia.
Quelli che fan finta che non ci sia.

Quelli che non chiedono mai "come stai?"

Quelli che hai un piede nudo e sexy che penzola dal sofà, quasi accanto al loro viso, e non lo afferrano manco per sogno. E non che puzzi. Ma c'è la TV.

Quelli che non parlano e quelli che parlano troppo.
Quelli che parlano a vanvera.

Quelli senza fantasia.

Quelli che non sono un amico.
Quelli che lasciano la luce e il led accesi, anche se non ce n'è bisogno.

Quelli del "faccio tutto io" ma poi "avresti dovuto farlo tu".
Quelli che puntano il dito dietro cui si nascondono.

Quelli che lasciano la donna ad addormentarsi da sola.
Quelli che la lasciano a svegliarsi da sola.
Quelli che la svegliano perché "vediamo se ci sta".

Quelli che "Mammina mia".
Quelli che non vogliono imparare.
Quelli che son sempre fuori.
Quelli che non vogliono uscire.
Quelli che non vogliono cucinare.

Quelli che non sanno cucinare.
Quelli che non sanno aspettare.
Quelli che sanno picchiare. Magari non picchiano la propria donna, ma picchian qualcun altro.

Quelli che non sanno avere coraggio di andare fino in fondo.

Quelli del legittimo sospetto.
Quelli della bugia premeditata.
Quelli del "é colpa tua"

Quelli che si scordano di dare un bacio.
Quelli che piangi e si incazzano. E girano le spalle. E vanno via.

Quelli che visibilmente hai bisogno di un abbraccio, non costa niente, ma "visto che non te lo meriti, lo devi chiedere".

Quelli, che se ne vadano affanculo.

Friday, August 27, 2010

Wendy vuole cambiare stanza

"Peter Pan è una specie di genietto dei bambini, incaricato di farli divertire fino a che essi non diventano grandi. [...] Peter si accorse di aver perso la sua ombra. [...] Non fu facile per Peter riacchiappare la propria ombra, ma infine ci riuscì, non senza aver svegliato, nel trambusto, Wendy, che gliela ricucì al corpo [...] Più di tutti era contenta Wendy, perché se egli fosse venuto la sera dopo non lo avrebbe visto, dovendo cambiar stanza e diventare grande.
- Diventar grande? - trasalì Peter che non poteva udir peggiori parole perché poteva giocare solo con i bambini. - Ti prego, rimani bambina!
- E come è possibile - chiese Wendy stupita.
- Venendo con me all'Isolachenoncè, dove nessuno può crescere.
- Oh, Peter! - esclamò Wendy, entusiasta di quella proposta. - Sono tanto felice che vorrei darti un bacio!"

da Peter Pan, ed. Arnoldo Mondadori Editore - Disney, 1983

Friday, August 13, 2010

nel nome della lei

Non una bella giornata. Alla fine é venerdi 13: fuori dall'Italia, porta sfiga.

1) Ambasciata d'Italia a Lisbona, ore 9.

A: "salve, ho la carta d'identità scaduta" - altre parole, giustificazione sommaria.
Addetto ufficio consolare: "la sua carta é un po' distrutta" (é appena un po' strappata sulla piega) "vediamo se possiamo rinnovarla"
A: "sa, ho una figlia" - la giustificazione sommaria continua, voglia zero. L'AUC si allontana per vedere i registri, torna dopo qualche minuto con la collega che sembra saperne a pacchi.
Collega che sembra saperne a pacchi: "Lei ha una figlia minore?"
A: "Sì" - occhei, non sono più un fiorellino, ma maggiorenne sicuramente NO!
CCSSAP: "allora se vuole la carta valida per l'espatrio" - siamo in Portogallo, chiaro che la voglio per l'espatrio! - "ci vuole il consenso del padre si sua figlia"
A: "per la MIA carta di identità ci vuole il consenso del padre di mia figlia???" - attonita, disgustata e un po' stomp, tipo Lucio Dalla.
CCSSAP: "Sì, secondo una legge italiana del '67, perché lei potrebbe lasciare il Paese, con sua figlia"
A: "ma io sono madre solteira!"
CCSSAP: "lo stesso"
A: "allora perché devo spendere 8 euro dal notaio tutte le volte che voglio viaggiare da sola con mia figlia per il nulla osta del padre?"
CCSSAP: "legge portoghese, e comunque dipende dalla compagnia aerea"

Mi sono sentita lesissima nel mio diritto di avere una identità.
L'Anna è Sin Papel perché deve far firmare delle carte al suo compagno, e per fortuna che lo é.
Ci si figuri se per caso non lo fosse e mi volesse fottere l'esistenza.



2) Ufficio, ore 16.30

Tutti nel dipartimento riceviamo una lettera definendo la fine del nostro contratto di lavoro, a norma di legge.

Termine fissato per Anna Rossi: 30 novembre p.v.

Firmato: PonzioP.
Controfirmato: AMRossi

Capa: "Questa firma é uguale a quella che hai sul documento di identità?"
A: "Io non ho un documento di identità valido"
C: "Vabbé, se poi alle Risorse umane non va bene, te ne chiediamo un'altra"
A: "Vabbé"

Lacrime amare.

Thursday, July 29, 2010

quasid'Agosto

Ieri suona, subito dopo cena.
Leggo sul visore +390532...potrei anche sporgermi dalla finestra e cominciare a raccontare alla mamma le ultime dal fronte.
È papà: "vado in ferie, non so cosa farò, adesso sono in una fase che non faccio programmi..."
E capirai. "Sono andato a Spina a passeggiare, qui l'acqua è calma ed era anche pulita."
Certo, non è ancora agosto. Agosto. Moglie mia.

"Papà, sto bene, c'è caldissimo, la casa è un forno...si, lo so. NO, l'aria condizionata non la voglio accendere, almeno non ho fame, a parte oggi che ero affamatissima."
"Ti passo la mamma", la Du chiude gli occhi pianino pianino, stesa sul divano. Sfilo la gonna. Più che sfilarla, la striscio arrotolata sui fianchi umidi. Gniiiick.

"Sai Anna, l'orto chiede lavoro, ma se si vuole prendere bisogna dare e io do tanto, ma ho la verdura fresca tutti i giorni. Oggi ho portato a casa tanti fiori di zucc* e ti ho pensato tanto, tanto, perché so che li adori"
"MMMMmmm..." vedo la mamma cucinarmi i fiori di zucca, che in realtà son di zucchina, che li frigge, per ME.

"Sto ridipingendo i termosifoni. È da quando abbiam pesso a posto la casa, 15 anni fa (14 ndr) che non facciam niente, ormai fanno schifo di nuovo"
"MMMMmmm..." vedo la mia casa (sì, casa mia) semivuota, ascolto il verso dei grilli e delle cicale, che si crogiolano nella coltre umida del caldo del Po. Annuso l'aria, cercando quel particolare odore di tinta fresca, mascolato con quell'odore di Agosto a Ferrara, quando ancora lo zuccherificio non ha cominciato a pompare la sua puzza che il vento sputa intermittente sulla città.
La tinta qui ha un odore diverso.

Trattengo le fosse. E la grappa affiora risonha dallo stomaco al cervello dove coadiuvava la difficile digestione di un piatto di pasta alle zucchine, con un po' di panna e pancetta. Insostenibile.

E abbiamo riso un po'. E forse la mamma ha ragione.
Ma io so che, stringi stringi, st'Agosto, non ci sarò.

Friday, July 16, 2010

Le donne Camille, i mangia-bambini e i loro misteri


Come quando vivevamo a Monte Abraão, stesso copione.
Qualcuna delle impiegate se ne va dalla scuolina ed ecco che l'uscente apre le ante dell'armadio dove gli scheletri ammuffiscono.

Questa volta ci viene detto che la senhora directora é un'isterica picchia-bambini "ma non preoccupatevi, perché fin'ora che c'eravamo noi andava tutto bene, più o meno, solo una volta abbiamo mentito sui lividi di uno dei più piccini...Comunque ecco, sappiate che è meglio se vi trovate un altro asilo".

Serz si è armato indi di buona volontà e ha pre-iscritto il virgulto in un'altra scuola vicino a casa a alla metro, che vista da fuori sembra una reliquia fascista con tanto di santo incastonato nella facciata principale, ma di cui molte mamme mi hanno parlato bene.

Hanno chiamato lunedì: "Colloquio mercoledì p.v. alle 11:15"
S: "Ma la mia mulher lavora...non si potrebbeeee..."
Scuola: "Volete o non volete?"

***

Mercoledì, ore 11: ero sulla vetta della salita che mi porta dalla stazione della metro alla scuola, con in testa un "non mi devo dimenticare di chiedere la giustificazione per il lavoro"
Ore 11.05: arrivavano a manina il virgulto e il papà. Entrati.

Un altro santo campeggiava nella reception, sulla bacheca varie foto e volantini dal soggetto Bento XVI e la visita di sua santità a Lisboa.

"La senhora dona directora arquitecta vi aspetta."
Presentazioni. Non chiedetemi come si chiami la donna, perché non mi ricordo.

senhora dona directora arquitecta:"Lei é italiana, viene da?"
A (versione risposta standard): "Dal nordest, diciamo vicino a Venezia"
senhora dona directora arquitecta: "Che città?"
A: "Ferrara?"
senhora dona directora arquitecta: "Chiaro! Ferrara, come non conoscerla, ho letto tanti libri che parlano di Ferrara"

E certo che la conosceva, è un'architetto vecchio stampo, che ha studiato veramente. Mica come questi studentelli di oggidì liberati dal regime salazarista e che non sanno una fava.

senhora dona directora arquitecta: "Dove vi siete conosciuti? Qui? In Italia?"
S: "A Santiago de Compostela, in Erasmus"
senhora dona directora arquitecta, anelante: "quello che il Cammino di Santiago non insegna...!!

Quale cammino? Serz ha detto in E-RA-SMUS! (ah, fa rima con orgasmus, sapeva? È una battuta già vecchia, ormai. Si, aggiorni.)

Il colloquio si trasformava rapidamente in soliloquio: "Noi siamo una scuola ri-go-ro-sa, crediamo nella relazione tra scuola e famiglia...blablabla...perché il bambino abbia una educazione integrale...blabla..."

So far, so good.

"Siamo una scuola multiculturale, abbiam qui bambini dall'Africa, dalla Cina, dal Bangladesh, dal Brasile...dall'Italia" (ammiccando)

Sentivo il ma arrivare sibilante.

"Mas i genitori, all'atto dell'iscrizione vera e propria, firmano un documento dove si dichiarano consapevoli che il figlio verrà educato nella religione cattolica e la dottrina cattolica verrà insegnata al bambino durante l'orario scolare o pre-scolare...Cattolica, non cristiana. Cat-to-li-ca. Voi non siete sposati in chiesa? Vivete in união de facto?"
S: "Sim"
senhora dona directora arquitecta, inquieta: "Quindi immagino che la bambina non sia battezzata?"
S: "No, nemmeno io sono battezzato"
SDDA, con occhio di sasso: "Capisco"
A, pensando di aiutare, forse: "Ehmmmm, io sono battezzata, con comunione e cresima"
SDDA: "Ah si? che bene!"
A: "Sssssi. Ma sono agnostica"
SDDA, nervosa: "Comeeee, leeei...non crede?? Lei ha perso la fedeee???"
A: "Ho detto che sono agnostica, non che sono atea"

E ho dovuto spiegare alla Doutora la differenza tra ateismo e agnosticismo.
Furthermore, mi sono dovuta sorbellare la lezione di catechismo: un predicozzo mal impostato che parlava di un dio che ci ama e ci adora tanto che si é fatto figlio per farci capire che in realtà é padre.
Cielo.

Pensavo all'anima di Saramago e ribattevo, attonita e incredula delle seguenti:

1) Dovermi ivi sorbellare la catechesi invece di essere informata su tutti i dettagli del regolamento scolastico (tipo: grambiule, cappellino...sarà che ci vuole anche il rosario di ordinanza?) e avere diritto a una visita alle installazioni dell'edificio;

2) Dovermi sorbellare io la catechesi, invece di quell'ateo di Serz.
Ma ovvio, chi ha perso la fede che già ebbe, colà, ero io.
Lui, povera anima, sarà condannato al purgatorio. Mentre io me ne andrò dritta dritta all'inferno. Legge divina dixit. Ammesso e non concesso che prima di stabilire il mio agnosticismo, la fede l'avessi.

Fine della pippa.

A: "Scusi, ma...potremmo vedere la scuola?"
SDDA: "Lasciate alla reception il vs numero di telefono e vi fisseranno un appuntamento"

Ma se Serz glielo aveva già dato il cazzo di numero. E perché cazzo sono dovuta uscire dal lavoro se non mi fan visitare la scuola, come fanno in tutte le altre scuole?

***

Il pomeriggio del giorno stesso Serz telefonava: "appuntamento domani pomeriggio alle 5 per vedere la scuola, problemi?"
A: "No, non c'é problema. Vengo a sgobbo un po' prima e esco un po' prima. Se non gli va bene, cazzi loro" (Anche sul lavoro il clima è ottimo, capirai)

***

Giovedì, ore 5, davanti alla scuola, pronti al peggio.
Entriamo.
"Salve, sono la professora di educazione artistica e di relgião e moral"

Lo so che è il modo portoghese di dire, ma chiamarla "religione e morale" mi fa ribbbbrezzo. Ma è più diretto e giusto, chiamiamole per quello che sono: dottrina relgiosa e morale.

Indottrinamento e moralità...rabbrividiamo di consapevolezza.

P: "Ah, ma abbiamo una famiglia italiana!"
S: "No, l'italiana é lei", indicandomi.
A: "Si, e anche lei" indicando la Du "ok, a metà"
P: "Ahhhh, interessante, sa che l'italiano è la mia seconda lingua?"
A, che si stava quasi interessando: "Ah, si?", pensando: "magari parla un po' con mia figlia senza dirle esparguete invece di spaghetti"
P: "Si certo, io sono cantante lirica, insegno nel conservatorio di Santa Cecilia..."

Un altro soliloquio era ai blocchi di partenza, azzardai: "Sì, è famoso in tutto il mondo", lo conosco solo per il film A qualcuno piace caldo dove i due mucisti jazz si fingono usciti dal conservatorio di Santa Cecilia per sfuggire ad Al Capone e ai suoi scagnozzi.




P: "Si, e ho insegnato al prossimo Pavarotti portoghese, anzi l'unico. Sa? Noi cantanti diciamo che l'italiano è la nostra seconda lingua perché dobbiamo imparlarlo per articolare il canto...blablablablabla...sapete che il Papa è venuto a Lisbona?"
S: "Era un po' difficile non saperlo"

E già: Bento XVI ha fatto visita al Portogallo, la messa nella capitale è stata trasmessa a reti unificate da tre delle quattro reti in canale aperto, per non dire della pubblicità che è stata fatta a cose che dovrebbero essere fatte tutte le settimane, tipo: pulire le strade. Cose invece che hanno fatto per L'Evento.

P: Sapete che io ho cantato nella messa del Papa...blabla... e gli ho regalato una Ave Maria che ho trovato nella biblioteca della Scala di Milano, una Ave Maria dimenticata da molti, che non era mai stata cantata in Portogallo e io l'ho fatta manuscrivere e rilegare, tutto con i colori del Papato...e...blablabla....venite, vi mostro la chiesa!"

La chiesa?

P: "La nostra signora di Fatima...ah, é tanto bella!...Sapete che il Papa mi ha benedetto a me e solo me personalmente quando ho finito di cantare?"

Che imbarazzante.

Ho dovuto far finta di essere una curiosona inveterata per poter vedere più di una aula (la aula sample, che fanno vedere a tutti i visitanti, perche le aule vere non le fanno vedere) e la cucina.
Questo è quel che abbiamo visto. Nemmeno un cessetto mignon. So minuziosamente del regalo che il papa ha ricevuto, ma non ho visto nemmeno un cazzo di cesso.

La scuola è grande, la cucina pulitissima, la bambina starà meglio, pensiamo...Ma avrò molto di più da fare per continuare ad educarla al plurale. E se qualcuno mi verrà a dire qualcosa su quanto mia figlia si applica in religione...Ne ucciderà più la penna che la spada.

"Imagina-se o orgulho, o prestígio, o crédito que noé ganharia aos olhos do senhor se conseguisse convencer um destes animais a entrar na arca, de preferência o unicórnio, supondo que o consiga encontrar alguma vez. O problema do unicórnio é que não se lhe conhece fêmea, portanto não há maneira de que possa vir a reproduzir-se pelas vias normais da fecundação e da gestação, ainda que pensando melhor, talvez não o necessite, afinal a continuidade biológica não é tudo, já basta que a mente humana crie e recrie aquilo em que obscuradamente acredita."


José Saramago
(Caim)

Sunday, June 13, 2010

La nostra ombra

Eravamo per mano, il sole ci scaldava le spalle.
La piccina guardava sul marciapiede, quell'insieme di cubetti di pietra bianca, la base della calçada portuguesa. Alcuni erano più scuri.
"Mamá, olha nós, juntinhas...tas a ver?... Mamá eu nunca me vou esquecer de ti!"
(Mamma, guarda noi, siamo unite...vedi?...Mamma io non ti dimenticherò mai!)
"È vero amore mio, siamo una cosa sola."